La mia passione per i rifiuti

Da alcuni anni mi occupo, come giornalista, di rifiuti e raccolta differenziata. In realtà, è una vera passione, la mia – anche se magari non conosco a memoria i codici CER e varie altre “tecnicalità” – cominciata probabilmente quando, insieme ad altri scout, raccoglievo l’alluminio per finanziare il nostro reparto, e continuata e coltivata poi negli anni (sì, parlo di rifiuti con amici e conoscenti, che di sicuro mi hanno preso per un fissato). 

Quando vedo un rifiuto per strada, da anni, non lo considero un problema di decoro, una bruttura estetica. Per me, prima di tutto, è una questione economica: uno spreco di risorse.

Mi interessa soprattutto la “cultura” che la produzione di rifiuti esprime (e quindi anche “La storia sociale dell’immondizia”, come s’intitola un bel libro della storica statunitense Susan Strasser). 

Mi interessano il riciclo, il riuso, la riparazione. Ancora prima, imparare a non sprecare. Il design a rifiuti zero. 

Cose che hanno anche a che vedere, ma non per forza per negarlo, con il desiderio: quanti di noi come consumatori, me per primo, hanno sempre desiderato un prodotto – qualunque esso sia – nuovo di zecca, per il solo gusto dell’esperienza “esclusiva” e “irripetibile”? Riciclando si creano prodotti nuovi, in questo senso, quindi quel tipo di desiderio è salvo. Riparando e riutilizzando, forse no. Ma c’è sempre l’esperienza della novità e la soddisfazione di aver fatto un affare, per esempio, comprando uno smartphone usato. Esattamente lo stesso tipo di soddisfazione che può dare indossare un abito usato, bello (a questo proposito; qualcuno ha recentemente iniziato a criticare la propensione all’acquisto di abiti usati, che sta facendo crescere anche il mercato e i prezzi, sostenendo che “forse non è etico”: ma non è appunto l’usato la risposta all’aumento costante, vertiginoso, del numero di capi prodotti e della fast fashion?).

Infine, c’è anche un altro tipo di soddisfazione che associo ai rifiuti: quello di gettarli bene, di fare bene la differenziata. Lo trovo gratificante. Forse ne dovrei parlare con uno psicologo, o più semplicemente con Marie Kondo, anche se lei stessa ha ammesso di essere disordinata, e quindi umana. Ma vi rassicuro: non sogno una società che metta al bando il disordine o punisca chi getta i rifiuti in modo non appropriato. Non prefiguro neanche il ritorno a un’epoca in cui i rifiuti non rappresentavano un problema, perché erano pochi e soprattutto organici (il vero game changer, dice qualcuno, è stata la plastica: ma ancora di più, è stata l’abbondanza di risorse). 

Penso solo che possiamo fare di meglio, in fatto di rifiuti. Cominciando con il non considerarli tali.

Sto forse divagando, mi fermo qui. Ma questa sui rifiuti era un insieme di note sparse, di appunti non definitivi, o addirittura una confessione, una excusatio non petita.

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