Credo che “Civil War” sia prima di tutto un bel film (ed eviterò di fare spoiler). Anche a tratti crudelmente divertente.
Ma siccome non è vero che “un film è un film è un film” – o almeno, siamo abituati a dare di qualsiasi cosa un’interpretazione che va aldilà del fatto puramente materiale o della contingenza e delle intenzioni coscienti del suo autore – credo anche che sia un tentativo di esorcizzare il rischio che una sorta di guerra civile americana scoppi davvero.
Per una parte dell’estrema destra Usa, invece, leggevo oggi sul Post, sarebbe un film girato per preparare l’opinione pubblica alla guerra che si scatenerà contro Trump dopo la sua rielezione…
(Su Apple, nel frattempo, sta andando in streaming “Manhunt”, che è la storia della caccia all’assassino, ai complici e ai mandanti dell’omicidio di Abraham Lincoln sul finire della Guerra di Secessione, cioè la guerra civile americana vera e propria: anche se la Rivoluzione americana lo fu, almeno in parte).
Civil War è anche un film sul giornalismo, su cosa significa fare reporting (non soltanto di guerra, ma in guerra o in un contesto violento, dove si rischia la vita è ancora più evidente). Vuol dire davvero essere “neutrali”? Ed è possibile esserlo? Non significa parteggiare (vedi alla voce Rai), ma, pur avendo le proprie opinioni e adesioni politiche, significa riferire nel massimo della trasparenza, della completezza, dell’onestà. E la “neutralità” è piuttosto un equilibrio dinamico, dato dal fatto che siamo persone.
Ma Civil War è anche un film sull’orrore, e qui il riferimento che ho sentito evocare ad “Apocalypse Now”, aldilà di alcune immagini che richiamano il film di Francis Ford Coppola, ha molto senso, secondo me. La fotoreporter Lee Smith ne è testimone e vittima, insieme. Ed è però lei stessa a incoronare Jessie nuova reginetta del fotoreportage di guerra.
(ps: avendo lavorato per quasi 20 anni come giornalista all’agenzia di stampa Reuters, posso dire che la frase che pronuncia quasi alla fine il reporter Joel alla Casa Bianca – “Ho bisogno di un quote” – è verissima, una specie di marchio; e fa giustamente ridere, in quel contesto).

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