Quest’estate sono tornato a leggere un bel po’ di fantascienza (non soltanto quella, ma degli altri libri scriverò un’altra volta). Per me la fantascienza (o SF) non è mai stata una narrativa di svago, come pretende qualcuno dotato di scarsa immaginazione, convinto che la letteratura “di genere” sia un prodotto di largo consumo con cui intrattenersi piacevolmente in spiaggia o altri luoghi ameni, uno scacciapensieri. Mentre la letteratura vera, signora mia, è ben altro.
“La fantascienza (alla quale, purtroppo, nessuno ancora ha dedicato l’attenzione che merita come veicolo di sentimenti e desideri di massa)“, scriveva Hannah Arendt, in “La Vita Activa”, diversi decenni fa. Per me, la fantascienza è l’espressione in forma romanzata di interrogativi e riflessioni su fenomeni che iniziano a manifestarsi, soprattutto a essere intuibili o intuiti, nel presente, ma che sono destinati a sviluppi futuri. Sviluppi che dipenderanno anche da come decideremo di affrontarli o come ci adatteremo a essi.
Lo dico a beneficio soprattutto di coloro che non amano la SF perché, dicono, non parla del presente, non è realistica. Certo che ne parla, come tutta la letteratura, del resto. Si racconta sempre in qualche modo il presente, in un modo o nell’altro. E su cosa s’intenda davvero per realismo credo potremmo dibattere per anni (luce). Possiamo capirci meglio, se parliamo di diversi tipi di rappresentazione (la mappa non è il territorio) del presente?
A mio modestissimo avviso, colui che racconta più precisamente il presente come se fosse un pezzo di futuro è William Gibson. Scrittore amato quanto odiato, probabilmente per il suo stile ostico (di fronte all’ultimo libro, non ancora tradotto in italiano, mi sono arreso anch’io: troppo ardua la lettura per me. E lo stesso, parlando di difficoltà, vale per il libro a due mani di Keanu Reeves e China Mieville, “The Book of Elsewhere”, tra le cui pagine frequentemente mi sto perdendo in questi giorni). Ma non parlerò qui di Gibson.
La lettura di un libro di fantascienza (che non è fantasy, un altro genere letterario, che non disdegno ma che non frequento moltissimo) può certamente rappresentare uno svago. Ma non è la caratteristica precipua della fantascienza, ripeto: e direi che se per svago intendiamo una lettura piacevole, allora si tratta di un apprezzamento.
Comunque. Stanno precisamente tra presente e futuro due libri usciti nel 2019 ma tradotti da poco in Italia: “ I vagabondi” di Chuck Wendig e “Canzone per un nuovo giorno” di Sarah Pinsker (tutti e due editi da Fanucci, uno nel 2023 e l’altro quest’anno). Di entrambi, che parlano del o accennano al tema della pandemia (non perché siano profetici, ma perché appunto stanno nel presente, e di pandemie possibili si parlava da un bel po’ di anni: non ci voleva esattamente la sfera di cristallo) si annunciano le serie tv, ma niente di prossimo, al momento.
“I vagabondi” racconta in oltre 800 pagine la nascita e l’evoluzione di quello che pare un misterioso morbo simil-zombie (ma non vi lasciate ingannare) negli Usa. Non accenno altro, però la storia (di cui esiste un sequel uscito negli Usa nel 2022, non ancora in Italia), incrocia molti temi, compresi quelli della potenziale guerra civile statunitense e dell’intelligenza artificiale, e mi ha ricordato anche, per il tema di fondo, il romanzo del 1981 “L’araldo dello sterminio” di Michael Shaara. Una bella lettura, che cattura. Nonostante qualche perplessità (mia) su certe contorsioni della trama.
“Canzone per un nuovo giorno” segue in parallelo, fino all’inevitabile incrocio, la vita di due donne: una cantante che inizia ad avere successo alla vigilia di una pandemia e mentre il panorama politico e civile Usa è sempre più deteriorato dal terrorismo, e una giovane talent scout la cui infanzia è stata plasmata dall’isolamento imposto dagli attentati e dalla pandemia, dopo la quale gli incontri pubblici sono illegali e i concerti sono dunque clandestini, creare legami umani è più difficile che mai e le persone trascorrono più tempo online che nella vita “materiale”.
Sempre in tema di pandemia (ma stavolta il libro è del 2022) c’è l’angosciante “In alto nel buio” di Sequoia Nagamatsu (edito nel 2023 da Neri Pozza e tradotto benissimo da Giovanni Zucca). Si tratta di un libro a episodi che racconta storie (spesso tristissime) di personaggi collegati tra loro all’interno dello stesso orizzonte narrativo, quello di una terribile pandemia venuta dal permafrost scongelato della Siberia. Storie struggenti di persone, coppie, relazioni, disfatte, amori, speranze, che catturano profondamente. Una gran bella lettura e, se riuscite ad arrivare alla fine, forse scoprirete che in tanto sfacelo c’è qualche barlume di speranza. Qualcuno si interrogherà: è davvero fantascienza? Una domanda che ritengo piuttosto inutile. Basta non avere paura delle etichette.
Poi c’è “Parti e omicidi”, della giapponese Murata Sayaka (del 2016, ma uscito nel 2024 da noi), che è più propriamente un’antologia di (quattro) racconti. Nel Giappone dove non si fanno più bambini il governo trova una soluzione geniale: ogni 10 bambini partoriti (da chiunque e a quasi qualsiasi età: non sono più solo le donne a gestire la gravidanza) si è liberi di uccidere una persona (e la vittima non si può sottrarre)… Già per questo, il libro merita. Le altre tre storie non hanno lo stesso impatto, ma raccontano comunque futuri estremamente interessanti, sempre un originale focus su temi etici e relazioni di coppia.
Infine, per rimanere in Oriente, segnalo “La torre” del coreano Bae Myung-Hoon (edito da Add nel 2022, ma uscito in originale nel 2009 e poi in una nuova versione nel 2020). Anche in questo caso si tratta di un libro a episodi, o meglio, di racconti, che si svolgono tutti nello stesso luogo, un grattacielo di 674 piani che si è dichiarato stato sovrano. Leggendolo, talvolta ho pensato a “Condominium” di James Ballard, ma più per il contesto che per altre ragioni. È un libro curioso, talvolta buffo (mi ha colpito di molti film coreani quello che pare appunto un momento comico ricorrente, con la commedia che si inserisce anche nel dramma più disperante, magari in modo involontario). Ci sono storie di inquilini, storie di guerre tra palazzi, c’è un racconto esclusivamente epistolare nel quale il senso del ridicolo cresce lettera dopo lettera. Non sono sicuro che piacerebbe a tutti, soprattutto a certi seriosi lettori di fantascienza. Suscita comunque curiosità. Dello stesso autore sto leggendo ora “In Orbita!”, del 2020, appena uscito in Italia per Add.
(ps: non parlo ancora di “Macchine IA e Robot“, antologia italiana curata da Franco Forte, perché finora ho letto solo il racconto di Paolo D’Orazio, ma non gli altri).

