Yuka e le altre

Ho scritto questo articolo per Il Venerdì di Repubblica nei mesi scorsi.

Datemi un codice a barre e vi dirò la verità su cosa mettete nel carrello della spesa. Sono numerose le app che annunciano di volerci aiutare a fare scelte migliori, tra gli acronimi e i microcaratteri con cui si stampano le etichette, ingredienti poco chiari e pubblicità ingannevoli.

Le app per analizzare i prodotti – in particolare quelli alimentari, ma anche i cosmetici – stanno riscrivendo le regole dello shopping consapevole, dicono i sostenitori, spingendo le industrie a sviluppare prodotti sempre più “sani”. Per i critici, invece, si tratta di strumenti che rischiano di polarizzare le scelte, inducendo i consumatori a basarsi solo su un giudizio sommario: sì o no, senza vie di mezzo e senza spiegare molto. 

È la stessa critica che ha accolto fin dall’esordio il Nutriscore, un sistema di classificazione elaborato in Francia un decennio fa, che facilita la comprensione dei valori nutrizionali degli alimenti utilizzando una scala combinata di colori e lettere, e che è un po’ la “bestia nera” di gruppi industriali, associazioni di agricoltori, alcuni nutrizionisti e anche da governi. In Italia non piace al governo di centrodestra, ma non era gradito neanche da quello giallorosso di Giuseppe Conte. 

Ed è proprio sul Nutriscore che si basano in larga parte i giudizi alimentari di Yuka, l’app che valuta anche cosmetici e che è la più diffusa oggi, con 65 milioni di utenti nel mondo (7 milioni in Italia), dei quali 1,1 abbonati alla versione a pagamento (32mila nel nostro Paese). 

Nata nel 2017 a Parigi da un’idea di Benoît Martin, preoccupato per l’alimentazione dei propri figli, Yuka assegna una valutazione basata per il 60% sul “voto” Nutriscore, per il 30% sulla presenza di additivi e per il 10% sull’eventuale origine bio. Ha un database di 3 milioni di prodotti alimentari – costruito sull’Open Food Facts, un archivio collaborativo di prodotti alimentari con ingredienti, allergeni, valori nutrizionali e i dettagli informativi rintracciabili sulle etichette – e 2 milioni di cosmetici e prodotti per l’igiene intima. 

Scannerizzando con la fotocamera del cellulare il codice a barre di un prodotto, si ottiene subito non solo il giudizio riassunto (elaborato sulla base di “rapporti di organismi ufficiali e di numerosi studi indipendenti”), ma anche le alternative migliori della stessa categoria, indicate da un algoritmo. 

Uscita indenne in Francia da due processi intentati da industrie alimentari che contestavano il giudizio negativo su nitrati e nitriti, in Italia nel 2022 Yuka si è impegnata davanti all’Antitrust – dove l’aveva portata Confagricoltura – ad adempiere ad una serie di impegni per una maggiore trasparenza sul sistema di classificazione degli alimenti.

I fondatori di Yuka non la concepiscono solo come un’app utile, ma come una “missione” per la salute dei consumatori. Tanto che stanno per lanciare una campagna contro l’uso di alcuni dolcificanti ritenuti potenzialmente cancerogeni.

Nella versione Usa dell’app – non ancora in quella italiana, che esiste dal 2020 – Yuka consente ora anche di inviare un messaggio email alle aziende alimentari i cui prodotti contengano uno degli 81 additivi ritenuti a rischio, chiedendo di eliminarli. Finora, gli utenti hanno inviato 300.000 messaggi. In Francia, invece, l’app fornisce il Green-score, un indicatore che valuta con un “semaforo” simile a quello del Nutriscore l’impatto ambientale dei vari prodotti alimentari sulla base dei lavori della Agenzia nazionale francese per l’Ambiente e il Controllo dell’Energia.

“Abbiamo tante richieste per ampliare il ventaglio dei prodotti analizzati, dal cibo per animali agli integratori alimentari fino ai prodotti per la pulizia della casa – dice dalla Francia l’italiana Alice Scaffidi, portavoce di Yuka – Ma il nostro sistema di valutazione è molto specifico, non è possibile estenderlo così com’è ad altri prodotti. Però stiamo pensando a come fare”.

Oltre a Yuka e ai suoi imitatori – che per attrarre gli utenti usano addirittura loghi simili, copiando la sua carota – negli app store o sul web si trovano diversi altri strumenti per valutare i prodotti. Per il cibo, per esempio, c’è l’italiana Edo, che consente anche di personalizzare le informazioni in base alle proprie caratteristiche fisiche e al tipo di alimentazione. Mentre è attesa per i prossimi mesi l’app del Salvagente, storica rivista per i consumatori che propone test sui prodotti. “Tutte le app sono utili – dice Riccardo Quintili, il direttore del mensile – però c’è un rischio: quello di diseducare il consumatore a leggere bene le etichette. Ecco perché la nostra app avrà un taglio giornalistico, fornirà informazioni anche su quello che non si vede sulle etichette, grazie all’archivio con i dati dalle nostre analisi indipendenti, e conterrà link a testi di spiegazione”.

Per i cosmetici, vanno forte app come la francese INCI Beauty, la candese Think Dirty, che si finanzia vendendo prodotti garantiti come “green”, le italiane Biodizionario – che copre anche detergenti e alimentari – e  Greenity.

“Il problema, più che la diffusione di queste app, è l’educazione del consumatore”, sintetizza Davide Zanon, presidente della sezione lombarda dell’associazione per i consumatori CODICI. “Non sono la Bibbia, bisogna usare un po’ di buon senso, non ci sono solo veleni o ingredienti magici. Se una bevanda gassata light ha un buon giudizio, non si può pensare di berla sempre. E gli insaccati ogni tanto si possono mangiare, anche se hanno il pallino rosso”. 

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