Un popolo di bevitori di acqua minerale

Un articolo che ho scritto nel 2024 per Il Venerdì di Repubblica.

Un popolo di santi, poeti, navigatori e bevitori di acqua minerale. Sempre in cerca di primati, noi italiani possiamo vantarne uno da veri ricchi, in tempi di cambiamento climatico e stress idrico: siamo ormai da diversi anni i primi al mondo per consumo pro capite di acqua imbottigliata, con una media a testa di 249 litri, cioè ben 159 litri in più della media europea. Lo certifica il “Libro bianco sull’acqua” di European House – Ambrosetti, che è un po’ la bibbia del settore. 

Beviamo moltissima acqua liscia (70%), un po’ di effervescente naturale – quella a Roma i camerieri chiamano di solito ”una leggermente” – e più o meno altrettanta frizzante, che è però quella più esportata all’estero.

Eppure, nonostante il primato, l’industria degli imbottigliatori denuncia di guadagnare troppo poco e di spendere invece molto per rendere il settore sostenibile, in linea con le richieste della Ue. Per questo, chiede al governo di abbassare l’Iva sull’acqua minerale: dall’attuale 22% al 10% (in Francia, grande esportatrice internazionale, l’Iva sull’eau minérale è appena al 5,5%). “Lo chiediamo dalla ripresa dopo la pandemia, quando i consumi calarono per poi risalire: c’erano state reazioni positive, dal governo di allora, poi più niente”, dice Ettore Fortuna, vice presidente di Mineracqua, il cartello che riunisce decine di aziende del settore.

“Siamo un Paese ricchissimo di risorse di qualità, è vero, contiamo 700 sorgenti, 300 delle quali stanno sul mercato, 16 miliardi di litri d’acqua imbottigliati, 1,5 miliardi di litri destinati all’export. Ma vendiamo la nostra acqua a un prezzo bassissimo: 22 centesimi al litro in media, 17 centesimi nei discount”, dice Fortuna, che se la prende con il potere della GDO, la Grande Distribuzione Organizzata. ”È chiaro che il consumatore beneficia della concorrenza e dei bassi prezzi: ma le imprese devono investire, e per farlo servono margini di guadagno giusti”.

Il numero 2 di Mineracque cita come esempio la questione dei tappi, che da quest’anno, in base alla normativa Ue devono restare attaccati alle bottiglie di plastica per evitare di finire come rifiuti sulle spiagge e in mare: “Abbiamo dovuto cambiare tutte le tappatrici, ed è un costo. Come è un costo l’eco design, per ridurre la quantità di plastica: nel corso degli anni, ormai, le nostre bottiglie pesano il 40% in meno”.

Gli imbottigliatori sono convinti che il polietilene tereftalato (per gli amici PET) sia il futuro. Secondo Fortuna, che cita studi dell’Università di Pisa, questo tipo di plastica è superiore per sostenibilità rispetto al vetro e all’alluminio: poi però se la prende con “l’ordalia ambientalista” dell’Unione Europea, perché ha approvato un nuovo regolamento sul packaging che impone nei prossimi anni percentuali crescenti di plastica riciclata negli imballaggi.

Nel frattempo diverse aziende si sono lanciate su prodotti classici come il té o le bevande alla frutta, o sulle cosiddette acque funzionali o aromatizzate, cioè bevande addizionate di vitamine e minerali, che vanno forte soprattutto negli ultimi anni, con aumenti delle vendite a doppia cifra. Oltre a consentire margini di guadagno più alti, i nuovi prodotti aiutano anche agli “imbottigliatori” a difendersi dalla concorrenza dei “gasatori”, tra cui SodaStream è il marchio più noto: i produttori di impianti di filtrazione che si collegano al rubinetto per farsi l’acqua con le bollicine direttamente a casa, oppure al ristorante. Secondo un calcolo de “Il fatto alimentare” – un quotidiano online che si occupa di sicurezza alimentare – un ristorante con 50 coperti, aperto 300 giorni l’anno, può arrivare a incassare tra i 13.000 e i 15.000 euro l’anno vendendo acqua filtrata.

Per le associazioni dei consumatori e quelle ambientaliste, però, le aziende concessionarie dell’acqua minerale – le fonti sono concentrate in circa 170 i Comuni, per un totale di circa 300 concessioni, 43 delle quali solo in Piemonte, prima Regione d’Italia – piangono miseria ma in realtà usufruiscono di canoni a prezzi stracciati: si va da 0,0010 euro al litro nel già citato Piemonte e in Valle d’Aosta a 0,0011 in Umbria, 0,0013 euro in Lombardia. In più, le acque minerali avrebbero subito negli ultimi anni aumenti addirittura superiori a quelli di altri prodotti: secondo Assoutenti, per esempio, tra il 2022 e il 2023 il prezzo è salito del 15%.

Ma perché si beve tanta acqua minerale, in Italia? Per Ettore Fortuna di Mineracqua è una questione di “ricerca di purezza e costanza di minerali”. Secondo l’Istat, quasi un terzo degli italiani, il 29,4%, non si fidano dell’acqua del rubinetto di casa (nel 2002 erano però molti di più: il 40,1%). Ma se le prime cinque regioni per mancanza di fiducia nella “acqua del sindaco” sono Sicilia, Calabria, Sardegna, Toscana e Campania, se si va poi a guardare i consumi, le prime cinque risultano essere invece Umbria, Toscana, Marche, Emilia-Romagna e Lombardia. I dati dell’ultima rendicontazione triennale sulla qualità delle acque che il nostro ministero della Salute ha trasmesso alla Commissione Europea, comunque sono rassicuranti: i controlli sui parametri microbiologici hanno dato “ottimi valori di conformità” (98-99%).

Ma c’è chi della ricchezza di acque minerali italiane ha fatto un brand enogastronomico. È il caso dell’associazione degustatori, presieduta dal romagnolo Mauro Celotti. La Adam da quasi 30 anni organizza corsi per “idrosommelier” anche all’estero e consiglia anche abbinamenti tra piatti e acque, dagli antipasti al dessert. Un ristoratore che si rispetti, raccomanda Celotti, deve disporre di almeno 3 o 4 marchi diversi, rigorosamente in bottiglia di vetro.

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