Questo pezzo sul Terzo Settore è stato pubblicato a maggio dal Venerdì di Republica.
Una riforma lunga 10 anni. È quella del terzo settore, che nel 2026 dovrebbe giungere finalmente a conclusione, dopo l’avvio con la legge delega 106 che nel 2016 aveva attribuito all’esecutivo il compito di riordinare la disciplina dei cosiddetti enti non commerciali.
Il condizionale, al momento, è d’obbligo. Anche se il governo ha annunciato nel marzo scorso che la Commissione Europea ha dato il via libera alle norme fiscali in favore del Terzo Settore, escludendo che si tratti di aiuti di Stato, “quello che è arrivato è una specie di parere preventivo, e non si capisce se ora si debba attendere anche un’autorizzazione formale”, spiega Antonio Fici, professore di Diritto privato all’Università Tor Vergata di Roma e direttore scientifico dell’osservatorio giuridicoTerzjus.
Dello stesso parere sono alcune decine di esperti che hanno scritto al ministero del Lavoro segnalando la questione. Anche perché Bruxelles non si è ancora espressa su altri temi della riforma, come la finanza sociale (emissione di prestiti agevolati per gli enti) e le agevolazioni fiscali per le persone che vogliano investire fino a un milione di euro nelle imprese sociali.
Nel frattempo, però, operatori del settore e consulenti – notai, commercialisti, esperti fiscali – si stanno attrezzando per il passaggio di fine anno, nell’attesa che il governo vari un decreto attuativo. Per cominciare: solo gli Enti del Terzo settore (ETS) iscritti al Registro unico nazionale (RUNTS) potranno conservare le agevolazioni fiscali e, in particolare, avvalersi del 5X1000, che per molti rappresenta una quota significativa del proprio finanziamento.
Gli enti senza fini commerciali che fanno parte del registro devono svolgere attività di interesse generale (con eventuali attività commerciali limitate); godono di regimi fiscali semplificati – come il regime forfettario con un coefficiente di redditività progressivo – e i loro corrispettivi non devono superare i costi effettivi oltre il 6% per tre anni consecutivi. Chi ne resterà fuori, invece, verrà tassato come un normale ente commerciale e non avrà diritto alla contabilità speciale, di cui invece continueranno a usufruire associazioni sportive e società sportive dilettantistiche.
Al momento il registro, operativo dal 2021, conta già oltre 135.000 soggetti iscritti, cioè poco più di un terzo del numero globale di enti del terzo settore (360.000) secondo la stima di Alessandro Rinaldi, vice direttore del centro studi delle Camere di Commercio. Da uno screening condotto da Rinaldi, nel registro compaiono 62.000 Associazioni di promozione sociale (APS). Le Organizzazioni di volontariato (ODV) sono invece 38.000 e le imprese sociali 22.000. Circa 11.000 sono poi gli altri enti, tra cui le fondazioni.
Un certo numero di enti, soprattutto tra quelli che sono classificati come imprese sociali, hanno mantenuto nel nome la parola Onlus (Organizzazione non lucrativa di attività sociale). Ma si tratta solo di un richiamo “storico”, perché la definizione, con la riforma, sparirà: le Onlus ancora non ancora iscritte al RUNTS avranno tempo fino al 31 marzo 2026 per effettuare il passaggio. Chi resterà fuori, o non godrà più di agevolazioni oppure cesserà le attività, devolvendo il proprio patrimonio.
“Come onlus, siamo iscritti già da alcuni anni – spiega Simona Lanzoni, vicepresidente della Fondazione Pangea, che esiste dal 2002 e si occupa dello sviluppo economico e sociale delle donne, anche a livello internazionale – È stato importante, non solo per continuare a ottenere il 5X1000, ma anche per partecipare a bandi pubblici. Direi che oggi l’iscrizione è sicuramente un elemento di facilità”.
Anche Cittadinanzattiva, che si occupa soprattutto di diritti dei cittadini, dei consumatori e dei pazienti, era fino a poco tempo fa una onlus e ora è una APS. Dice la segretaria generale Annalisa Mandorino: “Siamo una rete di secondo livello, composta da tante realtà regionali che a loro volta hanno scelto la formula APS o ODV. Nel nostro mix di finanziamento c’è certamente il 5X1000, ma anche i progetti su bando con enti pubblici di livello nazionale o europeo, e i progetti con contributi di aziende private”. Per Mandorino, la riforma ha molti aspetti positivi, ma “per le realtà più piccole ha rappresentato un appesantimento burocratico. Ci sono molti adempimenti, ed è anche tutto più costoso rispetto al passato, perché per svolgere queste attività ora servono consulenti pagati, non si può fare da soli”.
Anche per Cristina Grandi, presidente della Fondazione per la ricerca in agricoltura biologica (FIRAB), entrata nel registro nel 2023, ci sono luci e ombre: “Il RUNTS è un grande bacino in cui confluiscono diverse realtà di base e non profit, dalle fondazioni con dimensioni da multinazionale alle piccole associazioni di quartiere. C’è un riordino del settore ed è importante per il 5X1000, ma la burocrazia è gravosa e spesso non compatibile con dinamiche di associazioni. E il limite degli ‘utili’ di bilancio entro il 6% può essere stretto per molti, in funzione dell’articolazione delle entrate e del riparto tra bilancio istituzionale e commerciale”.
