E adesso, Zingaretti?

 

La vittoria piena di Nicola Zingaretti è un bel segnale per il Pd, perché nelle urne delle primarie il partito sembra aver ritrovato una guida solida, un anno dopo la sconfitta delle Politiche 2018 e le divisioni che ne erano seguite, anche sul tentativo di dialogo con il M5s.
Ma non è per nulla scontato che l’elezione di un nuovo segretario con oltre il 60% dei voti possa risolvere i problemi del centrosinistra.

La scelta di tenere le primarie due mesi e mezzo prima delle Europee poteva rischiare di danneggiare il Pd, se non ne fosse emersa un’indicazione certa sulla leadership. Un rischio che gli elettori e simpatizzanti dem hanno scongiurato, votando in gran numero e indicando Zingaretti. Dunque il voto di domenica ha rappresentato l’apertura ufficiale della campagna elettorale, nel segno di una rinnovata unità del partito.

I primissimi sondaggi indicano un recupero di consensi, ma il Pd resta comunque il terzo partito, dietro il M5s.
Inoltre, non sappiamo ancora se e come il partito si presenterà alle Europee, col proprio simbolo oppure con una lista “frontista” simile a quella pro-Europa proposta dall’ex ministro Carlo Calenda. E non sappiamo neanche se Matteo Renzi intenda dar vita a un proprio partito inspirato a “En Marche” di Emmanuel Macron.
Visto che alle elezioni europee si vota col sistema proporzionale, Renzi potrebbe essere tentato di fare questa mossa. Ma potrebbe anche aspettare di capire come andrà il nuovo Pd di Zingaretti. Perché se il partito non migliorasse il risultato almeno rispetto alle Politiche 2018 (alle Europee 2014 prese un irripetibile 40%), l’ex premier potrebbe decidere di restare per condizionare la situazione: anche perché a lui fanno ancora riferimento i gruppi parlamentari di Camera e Senato (ma la situazione potrebbe poi mutare, come accadde dopo il 2013 a Pierluigi Bersani).
Renzi oggi però non ha più enormi margini di manovra: se presentasse una sua lista alle elezioni per l’Europarlamento potrebbe rischiare di non superare la soglia di sbarramento al 4%; se scommettesse sulle difficoltà di Zingaretti, potrebbe restare deluso.

In ogni caso, la Enews diffusa ieri sera da Renzi ha un primo capitolo intitolato “Buon lavoro, Nicola” seguito da quello “Un’altra strada” (che fa riferimento al suo ultimo libro). Sembrerebbe quasi una dichiarazione d’intenti separatista, tanto più che c’è poi un plaudo incondizionato al manifesto lanciato da Macron per le Europee. Ma a Renzi piace giocare a carte coperte fino alla fine (e in questo è diventato quasi prevedibile).

Quel che è abbastanza certo, è che il Pd può solo cominciare, e con un anno e passa di ritardo, la propria “lunga marcia”, verso la costruzione di una vera alternativa di governo, che potrebbe passare anche attraverso una ridistribuzione delle forze e dei voti a sinistra e/o in una “rifondazione” dem.
Ma questo percorso non sarà subito in discesa. Zingaretti dovrà fare probabilmente i conti con una riconferma della maggioranza gialloverde alle elezioni Europee, dato che nonostante il consenso al governo cali, inevitabilmente, i sondaggi continuano a indicare che Lega e M5s insieme sono ben oltre il 50%.
Potrebbe essere una specie di ripetizione mutatis mutandis del 1994, quando il centrodestra di Silvio Berlusconi vinse le Politiche e poi le Europee, contro la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto.
Quindi, dopo il 25 maggio, probabilmente in molti si dichiareranno vincitori: la Lega e il M5s (anche se perderà voti), il Pd se riuscirà ad andare meglio che alle Politiche.

Nonostante in molti abbiano detto che queste primarie fossero anche un sondaggio pro o contro Renzi, Zingaretti non si allontanerà molto, e comunque non lo farà rapidamente, dalla precedente linea Pd, che è stata molto influenzata dall’ex segretario e premier. Perché il gruppo dirigente dem difficilmente si è lasciato andare fin qui ai mea culpa, e perché non è lo stile di Zingaretti, che peraltro ha con lui molti ex sostenitori di Renzi. Più facile invece che si inizi a tracciare progressivamente una linea politica diversa – più nelle dichiarazioni che nella sostanza, almeno all’inizio – e soprattutto a marcare, più rapidamente, una linea di comunicazione meno centrata sul leader, o comunque meno spettacolare di quella di Renzi.

La prima uscita di Zingaretti, quella in Piemonte per difendere il progetto di linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, è servita probabilmente più a mettere il dito nella piaga dei contrasti M5s-Lega che altro.
In fondo, il Pd è sempre stato piuttosto pro-Tav, anche prima di Renzi (il quale, come ha fatto in molti altri casi relativi a questioni ambientali, ha avuto un atteggiamento critico, per pochissimo tempo, avallando poi le scelte precedenti).
Il sostegno di Zingaretti potrebbe creare problemi al centrosinistra in Piemonte, visto che Sinistra Italiana e altri sono contrari al cantiere in Val di Susa, ma d’altronde è il candidato presidente (uscente) del Piemonte, Sergio Chiamparino, a sostenere a spada tratta l’opera. In generale, però, l’obiettivo sembra quello di riportare il Pd a presentarsi come forza del lavoro, delle infrastrutture, della famosa “alleanza dei produttori”.

Per questo sarà interessante vedere anche quale sarà l’atteggiamento di Zingaretti e dei suoi verso il sindacato e la Cgil in particolare, dopo l’elezione di Maurizio Landini (e la morte dell’AD di Fca Sergio Marchionne, che Landini aveva osteggiato e che Renzi aveva sostenuto). Perché il neo segretario, per recuperare consensi al partito, deve anche ricucire i rapporti con l’unica organizzazione di massa che ancora tiene, nonostante i limiti e l’epoca. E Landini è considerato comunque un “combattente”.

Ancora, la visione del centrosinistra di Zingaretti, che non sembra più quella del partito a vocazione maggioritaria di Veltroni e poi di Renzi, potrebbe comportare un’apertura di credito verso quel pezzo di mondo cattolico che potrebbe strutturarsi in partito politico. Si tratta di un’area democratica, europeista e sociale insieme, legata al pontificato di Francesco.
Stesso ragionamento potrebbe valere per la (rinnovata) area ecologista, che oggi vede insieme l’ex M5s Federico Pizzarotti, i verdi e forse altri gruppi minori, che cercano di sfruttare l’onda verde europea e la marce dei giovani contro il cambiamento climatico e l’immobilismo dei governi.

I giovani. Zingaretti ha dedicato la sua vittoria a Greta Thunberg, la giovanissima attivista ecologista svedese che ha trascinato masse di ragazzi nelle strade prima in tutta Europa e ora anche in altre parti del mondo.
Dedica interessante e quasi scontata, però poi bisogna vedere concretamente quanto il Pd potrà recuperare sul fronte giovanile. Alle primarie la grandissima parte degli elettori aveva più di 50 anni. I giovani, cioè i portatori di futuro, sono i grandi scomparsi del dibattito politico in Italia. Ovviamente servono politiche sulla scuola e la formazione – soprattutto nella dimensione pubblica e collettiva – ma serve anche toccare le corde dei giovani, fargli percepire una prospettiva, un loro peso.

Ancora, Zingaretti è praticamente il primo leader di un partito importante che sia nato negli anni Sessanta, e più precisamente a cavallo tra la generazione di baby boomer e quella cosiddetta X, che è arrivata tardi per la rivolta giovanile del 1977 e che si è ritrovata al massimo nella breve stagione della Pantera. Gli unici due premier nati nello stesso decennio sono stati Enrico Letta e Giuseppe Conte. Il primo si è ritrovato a Palazzo Chigi dopo il mancato successo elettorale del Pd di Bersani, il secondo ha nei fatti un ruolo di mediatore tra i due veri leader, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Chissà che Zingaretti non riesca a riscattare in qualche modo il suo decennio, anche stabilendo un ponte tra generazioni.

Ovviamente, e per fortuna, non è tutto nelle mani di Zingaretti. Che ha vinto certo due elezioni nel Lazio, ma che per esempio preferì non candidarsi a sindaco di Roma nel 2013, dice la vulgata politica, perché troppo timoroso. Dunque, l’importante è che il Pd ritrovi un suo gruppo dirigente coeso, che prenda le decisioni insieme, anche dopo scontri forti. È una condizione, questa, che sembra imposta dalle stesse caratteristiche del centrosinistra, che mal sopporta, se non per breve tempo, l’idea del “capo”.

 

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