Una storia, tante storie. Il sottotitolo del libro di Roberto Roscani, “l’Unità” (Fandango Libri, 319 pagine, 20 euro) è quanto mai azzeccato. Perché Roscani non ha scritto la storia del giornale fondato 100 anni fa, nel 1924, da Antonio Gramsci (testata che oggi esce con la firma da direttore di Piero Sansonetti e che non ha più niente a che vedere con Pci, Pds, Ds e Pd). No, ha raccontato in gran parte la propria storia all’Unità, dal 1974 al 2001, le storie di persone che ci hanno lavorato (anche decenni prima di lui), e insieme un pezzo di storia del Pci, della sinistra e dell’Italia.
Necessaria parentesi. Ci sono persone che raccontano sempre di sé, scrivendo di altri e dei libri di altri. È pure il caso mio, spesso. Ma in questo caso sento di essere almeno un po’ giustificato: all’Unità ho lavorato complessivamente – come collaboratore esterno, poi “abusivo di redazione”, poi redattore poi vice capo servizio – per nove anni. Quello è stato anche il mio giornale, insomma. Ma era un giornale diverso, rispetto a quello in cui era entrato nel 1974 Roberto (a cui voglio bene anche perché ha l’età dello zio, in realtà poco più grande di me, da cui ho ereditato la passione politica a sinistra e l’interesse per la storia e il giornalismo).
Nel 1990 l’Unità era molto più simile a un “vero” giornale, per pregi e difetti: non era praticamente più una anomalia, un po’ giornale un po’ pezzo di partito, pur essendo il partito proprietario, l’aspetto editoriale era di gran lunga più importante, ormai. Anche se per mi resterà sempre in testa quello che dicevano alcuni capi, quando finiva la riunione di redazione o di pagina: al lavoro e alla lotta.
Per me poi c’era una differenza politica, per quanto sottile potrebbe sembrare da lontano. Non ero cresciuto nel Pci, ma nell’area di Democrazia Proletaria; leggevo “il manifesto”, ci avevo fatto sopra anche la tesi di laurea; ero passato per i verdi, ero entrato infine nel partito di Occhetto convintamente, ma con un bagaglio teorico-culturale un po’ diverso. Per me, la gran parte dei dirigenti del Pci-Pds erano un po’ estranei, insomma.
Il libro di Roscani racconta bene, nelle prima pagine, questa differenza, cioè tra il giornale di prima e quello di dopo, per così dire. Lui e i suoi giovani compagni diffondevano il giornale nel quartiere, quando erano militanti della Fgci, poi è venuta la “chiamata” al giornale, che cercava giovani di fiducia a cui insegnare il mestiere. E non è un caso dunque che i primi due giornalisti “raccontati” in quelle pagine siano Arminio e Aggeo Savioli, che io ho sicuramente conosciuto di fama e anche di firma, forse di vista: due giornalisti della vecchia guardia che hanno traghettato il giornale tra la guerra e la contemporaneità.
C’è poi un racconto dei luoghi. C’è “L’Unità” di via dei Taurini, strada periferica di San Lorenzo, che forse si può far coincidere ancora con il giornale-collettivo – e non caso, tutti quelli che hanno lavorato lì l’hanno sempre rimpianta – e quella di via dei Due Macelli, in pieno centro, vicino al Messaggero, in un posto che per molti portava sfiga perché lì era passato “Paese Sera” prima della chiusura. Ecco, quello è il luogo del “giornale-redazione”.
Ci sono tante storie, per esempio di direttori dell’Unità. E Roscani è bravo a raccontare attraverso le parole e i giudizi di altri anche quelli che non ha conosciuto. Di quelli che ha avuto come giornalista, si intuisce (o almeno credo) quelli che ha apprezzato e quelli che invece non erano di suo particolare gradimento. Mi esprimo solo su uno: Mino Fuccillo (che leggevo spesso quand’era a Repubblica). Secondo me, è stato la dimostrazione di come si possa essere un bravo giornalista ma non un bravo direttore. Nelle riunioni era spesso sprezzante (rompeva proprio il cazzo, per dirla tutta; ma a me spesso divertiva vederlo maltrattare alcuni “tromboni” del giornale). Una delle cose che aveva subito messo in chiaro era che per lui all’Unità non c’erano “firme”, cioè giornalisti di un valore tale da poter avere “mercato” su altre testate. Su questo, comunque, sbagliava. Non riuscì, non provò mai a motivare in positivo la “truppa” del giornale. Peccato. E dall’Unità la sua carriera fece una parabola discendente.
Nel libro, ancora, c’è il racconto della “tipografia”, cioè una cosa che esisteva fino agli anni Ottanta, praticamente, per i giornalisti. O dell’archivio (che ho fatto in tempo a vivere). O dei grafici che disegnavano le pagine (e che però poi alla fine secondo me tornavano sempre a uno stesso modello basico, non importava quale fosse il progetto grafico in auge in quel momento). Insomma, un giornale che non esiste più. E insieme, nella parte finale, c’è il racconto del primo web. L’Unità fu uno dei primi giornali ad andare su Internet, anche se non fu capace di sfruttare bene quel primato (ricordo l’ubriacatura dei primi giorni in cui potevano tutti accedere alla rete 24 ore su 24: fu una settimana in cui si combinò poco, nel mio ricordo, stavamo tutti a navigare, anche sui siti porno, ovviamente).
Trovo interessanti anche i passaggi più politici del libro. Sia quelli internazionali e nazionali (per esempio, l’Ungheria, il racconto del ‘77 e del periodo del terrorismo, poi della vicenda Moro, poi della sottovalutazione iniziale del fenomeno Berlusconi…), sia quelli legati ai rapporti tra giornale e partito, che nel corso degli anni sono via via diventati più complicati e si sono degradati. Ricordo chiaramente, anche per mia esperienza diretta in redazione, quanto il partito avesse interesse, a un certo punto, a parlare con gli altri giornali, e molto meno con l’Unità.
Insomma, una lettura appassionante, ricca di tanti aneddoti (compreso quello su “Scusaci principessa“, che per me fu l’apice del ridicolo).
