Un po’ di cose sul libro “Il capitale nell’Antropocene” di Saito Kohei, Einaudi 2024
Se vi definite di sinistra e vi rompe le scatole l’idea di usare sacchi di tela per fare la spesa, magari anche fare la raccolta differenziata o dover rinunciare alle bottiglie di plastica. Se criticate le “sane abitudini alimentari imposte dal Nord Globale” contro il Sud del mondo. Se non amate le auto elettriche, ritenendo che sicuramente inquinano più di quelle combustione, e credete che gli sforzi individuali non servano a nulla, per contrastare il riscaldamento globale. Se pensate che gli obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) delle Nazioni Unite siano una fastidiosa perdita di tempo, che la “sostenibilità” sia solo un’invenzione del marketing, solo una parola ritrita. Se siete sicuri che (insomma, è inutile che ci prendiamo in giro!) la colpa del cambiamento climatico sia tutta del capitalismo, be’, il saggio “Il capitale nell’Antropocene” di Saito Kohei – scritto nel 2020 ma uscito in Italia nel 2024 – fa per voi.
O almeno la prima parte del libro, che la casa editrice Einaudi, in un sussulto di ribellismo (da marketing), propone come “Il libro di economia piú eversivo del decennio”.
Un libro che, appunto, potrebbe darvi voglia, senza arrivare fino all’ultimo capitolo, di attendere allegramente la “fine del mondo” (come lo conosciamo).
Prima riassumerò per grossi cenni i contenuti del libro, poi indicherò quelli che secondo me sono i suoi punti deboli.
Le oltre 300 pagine del lavoro di Saito – 38enne professore associato di filosofia all’università di Tokyo – sono dedicate in gran parte a dimostrare che l’unica vera soluzione al riscaldamento globale e alla catastrofe delle società umane sia “il comunismo della decrescita”. Di che si tratta? Del pensiero che Saito attribuisce al tardo Marx, quello che si ritrova nel Marx-Engels-Gesamtausgabe (MEGA), un enorme lavoro di edizione critica degli scritti degli autori del “Manifesto del partito comunista”. E in particolare, in lettere e manoscritti mai pubblicati prima. In sostanza, secondo l’interpretazione di Saito (che lavora al tema dalla sua tesi di dottorato), negli ultimi anni della sua vita (dopo il 1868) Karl Marx avrebbe abbandonato l’eurocentrismo e l’idea “produttivista” del dominio assoluto dell’uomo sulla natura e sarebbe approdato a una sorta di “ecosocialismo”.
Ovviamente Marx non usò mai i termini “comunismo della decrescita” o “ecosocialismo” o “sostenibilità”: queste sono definizioni di Saito (che forse avrebbe fatto meglio a spiegarlo chiaramente). Che per diverse pagine del libro, in sostanza, polemizza con l’interpretazione classica marxista (basata sugli scritti di Marx pubblicati, fino al Capitale) e con i pensatori “accelerazionisti” di sinistra (convinti che occorra promuovere un’evoluzione tecnologica libera dalle logiche del profitto e dello sfruttamento capitalistico, sbloccando il potenziale della tecnologia moderna per il progresso sociale e l’emancipazione).
L’autore critica anche i liberal keynesiani alla Stiglitz, e anche i più o meno socialisti alla Piketty (tranne poi riconciliarsi con lui pagine dopo, elogiando il passaggio del francese al campo socialista), come anche i sostenitori dell’antiausterità.
Ma se la prende anche con i sostenitori della decrescita economica, secondo lui troppo ambigui sulla natura del capitalismo. E con i “politicisti”, convinti che la sola politica parlamentare possa riformare la società. O che debbano essere i governi a intervenire, sic et simpliciter, contro il riscaldamento globale.
Cosa che a un certo punto peraltro potrebbe accadere, dice l’autore, ma quando sarebbe troppo tardi per il mondo, portando al rischio di “fascismo climatico” (la creazione di zone protette) o “maoismo climatico” (la diminuzione dell’inquinamento mediante regolamentazione e restrizioni delle libertà civili).
Dopo una lunga galoppata su Marx e il comunismo (che poteva stare tranquillamente in un libro scritto negli anni Settanta o anche Ottanta, prima che la questione del riscaldamento globale diventasse una questione pubblica e ampiamente dibattuta), Saito ci fa capire meglio in cosa consista il “comunismo della decrescita”.
Si tratta di un insieme di politiche e misure, come la “civitizzazione dei beni comuni” (il contrario di privatizzazione), la creazione di cooperative di lavoro e comunità energetiche, l’agricoltura biologica, i lavori di cura delle persone, una serie di nazionalizzazioni, etc, misure di democrazia economica e democrazia diretta.
In generale si tratta di costruire una società in cui le persone esercitino “l’autocontrollo” (“a favore di una società complessivamente più felice, equa e sostenibile. Invece che inseguire ciecamente l’aumento di produzione, dovremmo restringere il regno della necessità attraverso l’autodisciplina”; oppure: “scegliere volontariamente l’autocontrollo diventa un atto ‘rivoluzionario’ contro il capitalismo”) e non affidino a “un pugno di esperti o politici” le decisioni che vanno prese in campo economico, sociale ed etico.
1. Partiamo dal rapporto tra riscaldamento globale e capitalismo. È innegabile, dicono gli scienziati, che sia provocato dall’attività umana e che negli ultimi decenni la concentrazione di CO2 nell’atmosfera sia aumentata a dismisura a causa delle emissioni. Ma il problema è quello di definire il “capitalismo”. Il G7 è capitalista. L’Occidente (in senso largo) è capitalista, etc. La Cina, è capitalista? L’Unione Sovietica era capitalista? Per Saito quello è “capitalismo di stato” (per inciso, la Cina è il più grande paese produttore di tecnologie per l’energia rinnovabile, anche se per farlo usa molto carbone).
Non c’è solo questo, però. Le attività umane hanno provocato alterazioni importanti della CO2 anche prima dell’era industriale. Per esempio, ho raccontato qui, parlando del libro “Il Pianeta umano”, di Simon Lewis e Mark Maslin, del cosiddetto “scambio colombiano” e della morte, a causa della “scoperta dell’America”, di circa 50 milioni di nativi che praticavano l’agricoltura, con una conseguente diminuzione dell’anidride carbonica nell’atmosfera e un leggero ma significativo raffreddamento delle temperature, intorno al 1600 (ed è quello il momento, secondo Lewis e Maslin, in cui si trovano le tracce della nascita del cosiddetto Antropocene).
Si potrebbe parlare anche dell’estinzione della megafauna (sempre effetto dell’intervento umano, a quanto pare) e di una serie di altre questioni che forse metterebbero in discussione l’idea che una volta abbattuto il capitalismo avremmo risolto i problemi dell’umanità. Perché forse la questione sta proprio nei limiti della stessa umanità. Che non è certamente, sia chiaro, una ragione per non fare nulla contro il riscaldamento globale, ma casomai un motivo di riflessione.
2. Saito sembra non tenere conto, parlando di capitalismo e dei suoi limiti (ne predichiamo la morte quasi imminente da almeno 150 anni), dell’economia circolare, che è il superamento dell’idea di sviluppo infinito e di inesauribilità delle fonti. E che non è affatto incompatibile col capitalismo – pensiamo alla sharing economy – ma al tempo stesso è più sostenibile dal punto di vista ambientale (Ma come, la sostenibilità, parola chiave del greenwashing? Sì, perché è Saito a scrivere che “Per la prosperità delle generazioni future, è essenziale che vi sia sostenibilità”). Per cui, per esempio, non serve che tutti abbiano la macchina elettrica (che nel corso del suo ciclo di vita è certamente meno inquinante di un veicolo a combustibile fossile, nonostante quello che vi racconta il cugino di uno che lavora in un ufficio della motorizzazione che lo ha sentito da uno del ministero) ma serve che ci siano più trasporti pubblici e più efficienti e che ci si muova quando serve davvero.
3. Ma l’autore non ha considerato neanche la space economy, che (purtroppo) potrebbe essere una modalità per superare nel prossimo futuro la scarsità di certe risorse andandole a prendere nello spazio. Lo slogan “Non abbiamo un pianeta B” andrebbe aggiornato: “Non abbiamo ancora un pianeta B”.
4. Saito ogni tanto fa delle affermazioni apodittiche. Per esempio, parlando della geoingegneria climatica – e delle sue eventuali conseguenze negative, scrive, letteralmente “è molto probabile che attraverso calcoli precisi si farà in modo che le conseguenze negative colpiscano aree esterne agli Stati Uniti e all’Europa”. Ecco, ci sono diverse obiezioni sull’uso della geoingegneria e sulla reale efficienza di certe tecniche di cattura della CO2, però scrivere frasi così, come fosse un tweet complottista, non aiuta molto.
5. Saito critica inizialmente il New Green Deal però poi qualche pagina dopo spiega che “politiche come il New Green Deal che promuovono investimenti di grande portata per cambiare faccia al territorio, sono indispensabili” e parla poi del “Green New Deal senza crescita”. Va tutto bene, si capisce l’intento, ma invece di costruire sul metodo baconiano (“pars destruens” e “pars costruens”) un libro destinato al pubblico, poteva fare uno sforzo di chiarezza.
6. la stessa cosa succede per gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu. Prima li sbertuccia, poi scrive che “Nel mondo vi sono miliardi di persone che non possono usufruire di acqua pulita ed elettricità, non hanno accesso all’educazione e non riescono a nutrirsi a sufficienza. Nel loro caso, una crescita economica è certamente necessaria”. Quella è la materia su cui intervergono esattamente gli SDG.
7. Saito, che ha scritto il libro nel 2020, si lascia andare a una lunga disquisizione sul fatto che la pandemia di Covid 19 “è un prodotto dell’antropocene, cioè del capitalismo”: che è, scusate il francesismo, una stronzata. Basterebbe aver letto qualche libro o anche solo qualche articolo sulla diffusione dei virus nella storia per saperlo. Ciò non toglie che la “globalizzazione” abbia avvicinato le persone e moltiplicato i contatti e quindi “aiutato” enormemente la diffusione del Covid. E ovviamente pesano anche lo sradicamento degli ecosistemi etc. Ma ridurre tutto al capitalismo è un esercizio infantile (“l’estremismo, malattia infantile del comunismo”, diceva un noto leader comunista).
8. “L’autocontrollo o “autodisciplina”. È interessante che dopo aver eccitato i sostenitori di sinistra del “è tutta colpa del capitalismo”, sottolineando l’inutilità degli sforzi individuali di fronte all’enormità del riscaldamento globale, Saito riscopra poi questa dimensione etica strettamente personale.
L’errore di fondo, però, è iniziale: e cioè trascurare l’importanza che ha il gesto dei singoli sia nel creare emulazione tra le altre persone sia influendo come consumatori sulle attività delle aziende. Come scrive l’autore, nessuno si aspetta che il problema del cambiamento climatico lo risolvano le aziende private (cosa che pare già peraltro complicata: si parla sempre più di adattamento). Ma certamente le aziende sono un parte di un impegno globale.
Dopodiché, è sempre lo stesso Saito a parlare di “imperialismo ecologico” e a dire che i cittadini dell’Europa e del Nord del mondo in fondo stanno lì a farsi infinocchiare dai capitalisti, che adottano misure “verdi” lì ma poi sfruttano il Sud. Quindi, in sostanza, si direbbe che non c’è via d’uscita. Invece no: c’è la dimensione etica.
Il “comunismo della decrescita” che propone Saito non è una rivoluzione o un colpo di stato, ma in pratica si configura come un patchwork di cose – che personalmente trovo apprezzabilissime – che in parte esistono già nel presente e in parte occorre costruire o saldare, con le iniziative dei singoli e dei gruppi. È qualcosa che convive con la società attuale, quella del “capitalismo”, qualcosa che deve passare obbligatoriamente per il piano sociale, economico, culturale. E la soluzione al riscaldamento globale (o meglio, l’adattamento, vista la situazione) non può non tenere conto del fatto che bisogna adottare una pluralità di strumenti. Proprio perché siamo una società complessa, anche le soluzioni lo sono. Resto convinto che l’idea migliore sia quella espressa da Alexander Langer: “La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile”. Cosa che è possibile che non accada, ovviamente.
