La playlist 2018 (e un po’ di 2019)

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Questo è quel momento dell’anno in cui faccio il repilogo della musica che mi è piaciuta di più l’anno prima. Passo un bel po’ di tempo a riascoltare le tracce e a eliminare quelle che mi convincono meno, con l’idea di farne una playlist per gli amici. Un tempo si trattava solo di una decina di canzoni, quante ne entravano in un cd. Adesso, con le chiavette usb, sono arrivato a superare le due ore. L’anno scorso erano additittura tre.

Qui trovate i video dei pezzi in questione, solo per farsi un’idea. Con un po’ di testo per ognuno. Non è una classifica, e l’accostamento è assolutamente casuale.

MORTAL UNKNOWN ORCHESTRA  – Band neozelandese emigrata negli Usa, li ho scoperti leggendo riviste musicali. Legge che in origine facevano rock psichedelico, ma questo brano, Every One Act Crazy Nowadays (oggi tutti si comportano da pazzi) mi ricorda un sacco Prince.

COSMO – Ho sentito questo pezzo a manetta, nei mesi scorsi. Mi piace tutto l’album, a vero dire. E sono stato piacevolmente sorpreso che Cosmo si sia esibito sul palco della Festa del Primo Maggio. Direi che la sua musica (che mischia elettronica, dance, richiami alla world, con testi in italiano) è una delle cose più innovative a livello mainstream in Italia. Questa è Sei la mia città.

YOUNG FATHERS – La prima volta che li ho sentiti, era per via di un paio di pezzi nella colonna sonora di Trainspotting 2. Sono di Edimburgo, sfuggono alle etichette. Non è sllo hip hop, non è elettronica, non è un sacco di cose. Come questo brano, See How, con quel contrabasso ripetitivo e lancinante. Scopro solo ora che recentemente sono stati rifiutati da un importante festival tedesca perché sostengono la campagna di boicottaggio e disinivestimento e sanzioni (BDS) contro Israele per i Territori Occupati.

SEUN KUTI – E’ il figlio di Fela Anipolaku Kuti – il più grande musicista nigeriano degli ultimi decenni e probabilmente uno dei maggiori artisti africani – e ha raccolto l’eredità dell’innovativo padre, sia musicale (guida lui la ora storica band Egypt 80) che politica. Black Times, in cui suona anche Carlos Santana, è una canzone di lotta.

CALEXICO – Conoscevo la band per qualche pezzo, ma li ho scoperti davvero dopo aver visto un concerto in cui faceva loro da spalla Mexican Institute of Sound (cioè Camilo Lara e i suoi compagni di viaggio), uno die miei gruppi preferiti degli ultimi anni. Li ho trovati trascinanti, dal vivo. Calexico è la iasi di California e Messico, e la loro musica attinge a tutte e due le fonti, come si capisce anche dalla sezione fiati di questa canzone, Under The Wheels.

DJ KOZE – E’ dance, è elettronica? Boh, è importante? Pezzo trascinante di questo dj e musicista tedesco, premiato varie volte per il suo lavoro ai piatti e anche per  l’album, “Knock Knock”, da cui è tratta Planet Hase.

COURTNEY BARNETT – Avevo ascoltato per la prima volta questa rocker australiana un paio di anni fa, per un album realizzato insieme a Kurt Vile. Tutto l’album è gradevole, e anche qualcosa in più. La canzone si chiama Nameless Faceless.

BEACH HOUSE – Nel gioco dei rimandi, questo pezzo, Dive, mi ricorda alcune canzoni anni 90 dei Chemical Brothers (Asleep For Day). Vengono classificato come dream pop, dal video qui si direbbero psichedelici. Formazione minimale; sono un duo, tastiere chitarra e voce.

MELODY’S ECHO CHAMBER – Altro gioco di rimandi: loro (che poi in realtà parliamo di lei, la francese Melody Prochet), almeno per questa canzone, mi fano tornare in mente gli Stereolab. Per la musica, per il cantato metà in francese, metà in inglese, per l’atmosfera. Il pezzo si chiama Quand Les Larmes d’Un Ange Font Danser La Neige (Quando le lacrime di un angelo fanno danzare la neve).

RYLEY WALKER – Ho scoperto solo pochi giorni fa che questa Busted Stuff è una cover di un pezzo della Dave Matthews Band, ma anche se non è originale vale la pena ( e forse è meglio dell’originale). Dichiarazione d’amore per una donna fatale.

1975 – I 1975, una band pop rock (qualcuno ha parkato di un misto tra New Order e One Direction…), sono piuttosto alla moda ultimamente, e non solo perché vengono da Manchester. Leggo che il nome sarebbe stato ispirato da un libro di poesie di Kerouac. Questa Give Yourself A Try merita.

COLLE DER FOMENTO – Sono tornati, dopo un bel po’ d’anni (loro dicono sette, in una canzone dell’album omonimo, Adversus, leggo altrove 11). Pezzo ipnotico, come direbbe il dj di una radio da quattro soldi. Né per stile, né per fama né denaro / Scrivo tutta la mia rabbia a questo mondo: è questo il principio ispiratore di tutto questo lavoro, che è potente, di un gruppo che mi è sempre piaciuto, e di cui faceva parte anche Ice One, al secolo Sebastiano Ruocco, compagno di liceo e di avventure per un po’ nella rivista Indie.

SAY LOU LOU – Anche questo è un duo: si tratta delle figlie di Steve Kilbey, il cantante dei The Church (gruppo australiano di qualche fama un po’ di tempo fa: magari vi ricordate anche la canzone Under The Milky Way), e di Karin Jansson, chitarrista della band svedese Pink Champagne. Anche qui, la definizione del genere musicale che fanno è dream pop (io avrei detto trip hop, ma va bene uguale).

ELVIS COSTELLO – Confesso: nel video faticavo un po’ a riconoscerlo, ma la voce è sempre la sua, e lo stile anche (anche se questa canzone l’ha scritta con Carole King!). Costello è la dimostrazione di quanto si possa continuare a produrre bella musica sperimentando, adatattando, rifacendo, mescolando per anni e anni.

MIYA FOLICK – E’ una cantante americana, ma con origini per metà giapponesi e metà russe. Gran bella voce, questo è il suo primo album, Cost Your Love per me è la migliore canzone.

YOUNG JESUS – Tipica Indie rock band, californiana, come probabilmente ce ne sono e ce ne sarano tante. Però questo pezzo mi ha preso molto. Un canto come una litania, una chitarra che inizia un riff minimalista e poi continua con un assolo selvaggio. Leggo che il titolo della canzone, Fourth Zone of Gaits, è un riferimento al pittore Philip Guston. Il testo parla, credo della creazione artistica, della percezione della sua vastità e anche della difficoltà, per questo, a coglierla completamente.

MHD – E ora qualcosa di completamente diverso. Lui è un giovane parigino di origine africana, forse il miglior rappresentante di quello che si chiama afro-trap. Mentre scrivo, è in detenzione preventiva per omicidio volontario: lo accusano di aver partecipato all’omicidio di un 23enne la scorsa estate a Parigi. Il testo della canzone, apparentemente, racconta il suo stesso successo musicale, abbastanza rapido, già dopo il primo album del 2016

PETITE NOIR – So poco di lui, se non quello che ho letto: cantante sudafricano, è il promotore della noirwave, un movimento culturale africano. La canzone s’intitola Blame Fire.

JUNGLE – I Jungle mi piaciucchiano da un po’. Sono un gruppo fondamentalmente soul&funk, britannico. Nei loro video, come in questo, c’è sempre molta danza. La canzone si chiama “Heavy, California”.

ARCTIC MONKEYS – Ho a lungo esitato su questo brano, Star Treatment. L’album da cui è tratto è stato molto discusso nei mesi scorsi, ma non ho ancora deciso se mi piace davvero. E’ parecchio diverso rispetto al sound degli AM, che seguo dagli esordi (sono forse la prima band diventata famosa grazie al web).

ART BRUT – Loro potrebbero essere un fuoco di paglia, anche se suonano ormai da diversi anni, ma la canzone, Hooray, è caruccia.

AU/RA – Altra canzone che ho sentito a ripetizione, pur se nella versione dance, questa Panic Room. Ma le qualità canore di Au/Ra, che non ha neanche 18 anni, si notano a prescindere dal ritmo. Lei l’ha definita una canzone sull’ansia e sul dubbio. Leggendo il testo, mi è venuto in mente il film con lo stesso titolo, uscito pochi anni fa, e immagino non sia un caso.

CALIBRO 35 – Musica per film polizieschi mai girati: è quella che suonano i Calibro 35, anche se poi alcuni loro brani sono stati effettivamente utilizzati in colonne sonore. All’inizio della loro carriera erano probabilmente più noti all’estero che in Italia, dove si sono affermati poi come band tv.

DEATH GRIPS – Devo la scoperta di questa band noise a Christophe: hanno un sound difficilmente classificabile, e anche poco musicale in senso classico (motivo per cui temo non emozieranno i miei cari e vecchi amici). Ma mi piacciono un sacco, anche se devo ascoltarli da solo, in cuffia, correndo. La canzone si chiama Death Grips Is Online.

ELEANOR FRIEDBERGER – Probabilmente non la troverete originale, e probabilmente non lo è, ma la canzone, Everything, è bella e ben cantata. Lei è americana, ha una quarabtina d’anni, fa da tempo musicalmente coppia col fratello nei The Fiery Furnaces.

FLORENCE + THE MACHINE – Preferivo il loro album precedente, ma questo pezzo, Hunger, mi piace molto. Il gruppo è costruito essenzialmente su due donne, Florence e Isabella, la voce e il braccio. Suonano dal 2007 almeno. Qualcuno ha paragonato Florence a Kate Bush, e secondo me è abbastanza vero, soprattutto in questo brano.

BIG JOANIE – Band femminile e femminista nera punk (e britannica), nata pochi anni fa. Le ho appena scoperte, e questo brano, Fall Asleep, merita. Se mi addormento, dice il ritornello, svegliami da questo sogno che mi fa piangere da settimane.

AUDIOBOOKS – Questo due elettronico londinese mi ricorda un sacco gli FM Belfast, una band islandese che sentivo anni fa. La canzone si chiama Hot Salt. “Non mi piacciono gli ordini / Non mi piaccione le pecore / Non mi piacciono i ragazzi che mi guardano / Il mio tesoro avvolto attorno alle spalle / Siamo così freschi”.

THE LEMON TWIGS – Altra scoperta recente, degli ultimi due anni. Band americana composta dai fratelli polistrumentisti D’Addario, mescola un sacco di generi e pesca nella tradizione musicale americana, ma non solo. Dentro Never In My Arms… sento echi dei DeadKennedys e di Bruce Springsteen, del glam rock, di un sacco d’altra roba. Sono vicini, come ispirazione, ai Foxygen, una band che nel 2017 ha pubblicato un album fichissimo, Hang.

INSECURE MEN – Secondo me, anche loro pescano nell’universo musicale dei Lemon Twigs, anche se forse dal lato più psichedelico. Conoscevo già Saul Adamczewksi, ex membro dei fat White Family (che hanno un sound completamente diverso), ignoravo il compagnetto di giochi Ben Romans-Hopecraft. Devo la scoperta a Bob Corsi. La canzone, Teenage Toy, è molto carina.

THE GOOD, THE BAD & THE QUEEN – Qui entriamo nei pezzi già del 2019…  E’ l’ennesimo progetto di Damon Albarn (quello dei Blur e dei Gorillaz). Questo è il secondo capitolo della band, che produsse un disco omonimo nel 2007 (con Paul Simonon, ex Clash – ma lo scrivo solo per i più giovani e i meno attenti – Tony Allen, storico batterista di Fela Kuti, e Simon Tong, ex Verve). Bello e fuori dal tempo. E bella Gun To The Head.

AMMAR 808 – E’ lo pseudo di un artista tunisino, che usa uno dei nomi arabi più comuni in Nordafrica e la sigla di una delle drum machine più note. Il disco è un mix di elettronica e tradizione. La canzone s’intitola Ain Essouda.

VIAGRA BOYS – Nome paraculo, band post-punk svedese, ancora una volta scoperta grazie a Christophe Perruchi. Ho scelto forze un pezzo più classico, musicalmente, Shrimp Shack, che ha un testo parecchio no future.

BEIRUT – Sono stati per anni uno dei miei gruppi preferiti, ma da un po’ ne avevo smarrito le tracce. Sono tornati nel 2019 con Gallipoli, che è anche il titolo della traccia. Gallipoli, in Puglia, dove sono stati nel 2017. Nonostante si parli di ispirazione salentina, a me però pare che siano i fiati messicani qui a sentirsi…

THE SPECIALS – Ancora 2019. Ascoltavo gli Specials 30 anni fa, come tutti i ragazzetti passati per il punk reggae roots ska (e poi rap, funk etc). Edè bello ritrovarli adesso con questo album, che sto sentendo in questi giorni, dove c’è un sacco di roba, dal reggae alla giamaicana al dub, dal funk al pop. La canzone si chiama Vote For Me.

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