Un’intervista di 20 anni fa a Cesare Battisti

 

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Ho incontrato Cesare Battisti diverse volte nel 1999, a Parigi, dove viveva. Lo avevo conosciuto attraverso lo scrittore Valerio Evangelisti, e mi era venuta l’idea di intervistarlo, anche dopo aver letto i suoi romanzi. In realtà l’intervista, pensata per il manifesto, non fu mai pubblicata (non so neanche bene perché).

Ci siamo visti tre o quattro volte, sempre in strada, al tavolino di un bar. Abbiamo discusso dei suoi libri, della politica italiana, di letteratura noir, anche di un romanzo che avevo scritto io – ancora in bozze, poi mai pubblicato – e che gli feci leggere. Non gli ho mai chiesto se avesse commesso gli omicidi che gli venivano imputati.

All’epoca, Battisti non era un personaggio noto al grande pubblico e nessuno ne aveva chiesto l’estradizione. Credo che sia stata la sua fama crescente, ma comunque limitata, di scrittore (anche se per campare faceva il portiere di un condominio) a far sì che i politici italiani si accorgessero di lui.

L’impressione che ne ricavai era che Battisti avesse chiuso col passato e considerasse un errore la lotta armata; che fosse diventato, com’è anche normale, un’altra persona. Ma non aveva alcuna intenzione di farsi processare e di scontare una condanna.

Non l’ho mai più risentito. Dopo il suo fermo iniziale in Francia, ho solo parlato brevemente al telefono con la sua compagna di allora, che non avevo conosciuto in precedenza, per avere conferma della vicenda.

Battisti non era un uomo particolarmente simpatico, quando l’ho incontrato. Non è un particolare di poco conto, quando si tratta di affrontare l’opinione pubblica. Non ha avuto un atteggiamento remissivo, e anche questo non l’ha aiutato. Non l’ha aiutato neanche l’atteggiamento di alcuni intellettuali francesi che lo hanno sostenuto in quel periodo, e che si sono posti in una posizione quasi altezzosa, poco comprensiva, credo, della società italiana, tracciando un quadro un po’ caricaturale della situazione e degli anni 70 e provocando, com’era prevedibile, un’alzata di scudi.

Ma c’è da dire che in Italia è mancata ancora una volta la capacità di discussione sulla nostra storia recente, su un decennio che non è stato solo quello del terrorismo e della “strategia della tensione” (cioè di una violenza ispirata da pezzi dello Stato), ed è mancata, e continua a mancare, anche una riflessione più ampia, nella società e non solo tra gli storici e gli intellettuali, sul fenomeno della lotta armata, sulle sue origini. Non per giustificare, ma per capire.

Non so dare un giudizio letterario sui romanzi di Battisti. Non resteranno nella storia della letteratura mainstream, non hanno mai avuto un grande riscontro di pubblico. Ma sono un esempio interessante di letteratura di genere, e sono anche interessanti come documenti storici.

 

Il suo primo romanzo, “Travestito da uomo”, è uscito in Italia nel ‘92. Qual è la storia di questo libro?

L’ho cominciato in Messico, e l’ho scritto in spagnolo. L’ho finito in prigione in Francia, dove sono rimasto cinque mesi, in attesa del processo per l’estradizione. Poi, attraverso un amico il manoscritto è arrivato a Bernardi (l’editore della Granata Press di Torino), che ha accettato di pubblicarlo. Alla Gallimard (la casa editrice che ha pubblicato il libro in Francia), invece, è arrivato per caso. A inviarlo è stato un altro rifugiato che ha letto il manoscritto e mi ha detto: Questo andrebbe bene per la Sèrie Noire. Figurati, gli ho risposto. Poi, invece, mi è arrivata una lettera della Gallimard…

In Italia aveva mai scritto niente?

Le solite cose, qualche racconto. Da ragazzino avevo questa cosa in testa, mi sarebbe piaciuto scrivere. Però poi con la politica, i casini e tutto il resto mi ero ridotto a scrivere qualche stronzatina politica, cose spesso ignobili. A scrivere sul serio, ho cominciato in Messico, scrivevo articoli e recensioni su avvenimenti culturali. Pian piano ho cominciato a fare dei reportage, e nei reportage ci sono un po’ tutti i generi letterari… Per me scrivere era già una malattia, perché in Messico vivevo di questo, di inchieste, di articoli. Poi sono arrivato qui, e non potevo più scrivere per i giornali perché non conoscevo abbastanza il francese.

In Messico ero in uno stato di semiclandestinità, scrivevo sotto pseudonimo, quello di un mio compagno di classe alle elementari, ma ero protetto dal governo sandinista del Nicaragua. Se fosse successo qualcosa, se l’Italia avesse presentato la domanda di estradizione, dal Messico mi avrebbero mandato in Nicaragua. Poi invece il governo sandinista è caduto, e in Francia stava per cadere il governo socialista. Allora, mi sono detto che bisognava tornare in Europa, e subito. Infine, ero anche stufo, volevo riprendere la mia vera identità.

Dei suoi libri, lei dice che non sono esattamente dei noir. Che significa?

Quando scrivo qualcosa non penso a un romanzo noir, d’avventura o che altro. Scrivo e basta. E poi, qui in Francia, dagli editori ai critici, tutti dicono che non sono uno scrittore noir, semmai al limite, e che qualche volta si vede che faccio uno sforzo per entrare nell’intrigo del noir. Secondo alcuni, ciò toglierebbe qualità ai romanzi.

Per lei dunque il noir è quasi un pretesto…

Forse sì, a un certo punto forzo un po’ l’intrigo.

Invece nel suo ultimo libro (ndr: all’epoca), “L’ultimo sparo”, l’impressione è che lo stile sia molto noir, e anche molto classico.

Credo proprio di sì, perché lì il noir mi serviva come pretesto psicologico. Ero un pò stufo di leggere le solite cose sugli anni della lotta armata , piene di retorica, di pippotti ideologici. A me, invece, serviva prendere le distanze. E lo stile della narrativa nera era proprio quello che ci voleva, anche per dargli ritmo. Volevo scrivere un romanzo, parlare al lettore qualunque, non ai soliti. Volevo solo dare la possibilità a chiunque di leggere una specie di resoconto di quegli anni lì, senza suggerimenti.

Quanto veramente di autobiografico c’è nel libro? Il protagonista è una specie di piccolo delinquente politicizzato…

Diciamo che il protagonista è uno che è stato allevato già nella politica del Pci, che ne aveva piene le palle, che si era tirato fuori e che si era messo a fare bordelli. Poi, per caso, si ritrova dentro i gruppi estremisti e la lotta armata.

In realtà, però, nella sua vera storia, tutto ciò non è accaduto esattamente per caso…

No. Nel libro si parla di un incontro casuale in prigione con un tizio, e per quanto mi riguarda c’è del vero. Ma il mio ingresso nella lotta armata non è accaduto per caso, no.

Nel libro si parla anche di una catenina con una falce e martello che il protagonista porta al collo da quando era bambino.

Chissà dov’è finita, quella catenina! Mio fratello era segretario di federazione del Pci a Latina, e quello era stato un regalo di un suo amico, quando avevo dodici o tredici anni. A quell’epoca mi portavano già alle manifestazioni, ai presìdi davanti alle fabbriche.

In una città tradizionalmente di destra come Latina?

A Latina la presenza della destra, e dell’estrema destra, è sempre stata forte. Proprio per questo il Pci era abbastanza attivo, per reazione. Certo, non avrebbero mai permesso che uno andasse in piazza a spaccare la testa ai fascisti, come ho fatto io. Per mio fratello, ad esempio, ero un delinquente, mica un compagno.

Nel noir, di solito ci sono i buoni e i cattivi, anche se la linea di confine tra il bene e il male può essere molto labile. I suoi personaggi dove si situano? Lei in un poliziesco classico sarebbe stato un cattivo, il terrorista cattivo…

Quello che io cerco sempre di dimostrare, anche ne ‘L’ultimo sparo’, è che i buoni e i cattivi non esistono, e che sono le circostanze che li creano. Ognuno reagisce in un certo modo secondo le circostanze. Nei miei romanzi il protagonista è uno capace di tutto. Compie atti generosissimi, però è cinico e può essere anche molto cattivo. I miei generalmente sono personaggi che negano di avere una morale, però poi alla fine ce l’hanno, anche se non la conoscono fino in fondo. Ecco, lì c’è il mio vissuto: chi meglio di me può sapere che si può fare davvero tutto e il contrario di tutto secondo i momenti, secondo la situazione. E poi, a me non piace questa storia dell’eroe, con ogni suo gesto teso comunque verso il bene. Sono cazzate. Di un libro così, leggerei solo venti pagine. Dopo Hammet e Chandler queste cose non tengono più. Prendiamo per esempio un mio amico Jean-Claude Izzo, con l’eroe dei suoi libri, Montale. I libri di Izzo sono scritti molto bene, lui è davvero il Montalban francese, ma a me raccontare storie così non interessa. Chiaramente questo limita un po’ anche il mio pubblico, perché con i miei protagonisti è difficile identificarsi, proprio perché non vogliamo riconoscere in noi stessi certe debolezze.

 

In Francia, ma anche tra le nuove leve italiane, molti degli scrittori noir di maggior successo vengono da un ambiente di estrema sinistra. Il caso tipico è quello di Raynal, l’attuale direttore della Sèrie Noire. É solo un caso?

Raynal, che ha ridato vita al genere noir in Francia, viene dall’estrema sinistra e chiaramente si è portato dietro un sacco di gente, alla Gallimard. Ma è vero che in generale molti scrittori di noir vengono dall’estrema sinistra. É il caso di alcuni americani, ex militanti del Pc (che negli Usa era quasi come essere un ex clandestino delle Br in Italia…). In Francia penso a Jean-Patrick Manchette, uno che ha aperto la strada, o a Didier Daeninckx, uno scrittore tutt’ora molto impegnato.

Come dire: un modo di trasferire la lotta tra il Bene il Male, tra il comunismo e il capitalismo, dalla politica alla letteratura poliziesca?

Alcuni scrittori della mia generazione, hanno visto che si può fare intervento politico, perché no, anche attraverso il romanzo nero. Alcuni argomenti, alcuni temi trattati nei noir sono davvero da saggio politico, o sociale. Però, mentre i documenti e i saggi non hanno un gran mercato, il romanzo nero è una lettura molto più popolare, costa poco. E poi, è vero che c’è un transfert dalla militanza attiva di un’epoca a un altro tipo di militanza, oggi. Io però non mi riconosco in questo passaggio, perché non pretendo di fare politica attraverso i miei romanzi. Dico solo che c’è una certa generazione che ha vissuto la fine degli anni 60 e gli anni 70, persone che si sono fatti un’esperienza e che la raccontano, semplicemente.

E qui torniamo a “L’ultimo sparo”, un libro dal finale abbastanza amaro…

Sì, perché finisce con la sconfitta degli anni 70.

Una sconfitta generata da un inganno, almeno a leggere il libro. L’inganno di passare attraverso la lotta armata come se fosse una scorciatoia politica. É così?

Alzare il livello di scontro al punto di prendere le armi è stato un errore enorme. É stata una provocazione, e tutti ci sono caduti dentro, con un grande errore da parte delle Brigate Rosse – che non avevano niente a che fare con il movimento, intendo con il movimento spontaneo, l’Autonomia, i gruppi… – con il sequestro e soprattutto l’uccisione di Moro. Quando arrivò l’annuncio della sua morte tutti noi pensammo a un’altra provocazione, dopo l’episodio del Lago della Duchessa. Negli ambienti dell’estrema sinistra, nessuno ci credeva. Tutti quanti stavamo aspettando Moro libero, che sarebbe stato una mina vagante… E invece lo hanno ammazzato. É stato un errore enorme. Comunque, quello di Moro è stato un dettaglio importantissimo, ma resta un dettaglio, in tutta la storia. Tirare colpo su colpo, rispondere a tutte le provocazioni, arrivare allo scontro quando si sapeva benissimo che eravamo perdenti – nessuno negli ambienti che frequentavo io pensava di andare a occupare il Palazzo. Le Brigate Rosse sì, ma noi le prendevamo per il culo, le Br.

Non è strano cominciare una guerra, o una guerriglia, già sapendo di perderla?

Nella seconda metà degli anni 70, in effetti, c’erano degli spazi di contropotere incredibili. Il movimento era una massa enorme. Si riusciva a occupare e ad autogestire ospedali, fabbriche enormi, università. Era un contropotere reale. La violenza era una cosa necessaria solo di tanto. Ma non è stato il movimento a cominciare con i morti, è stato lo Stato. L’errore è stato rispondere.

Prima di essere arrestato, nel ’79, io e tutto il mio gruppo avevamo già detto basta. Noi eravamo molto critici nei confronti delle Br, perché vivevano in clandestinità, non stavano in mezzo al movimento, alla gente, nei centri sociali. Poi c’è stata l’impennata della lotta armata, la repressione si è fatta forte. Il Partito comunista, che sapeva bene come colpire perché i suoi quadri venivano dalla Resistenza, e sapeva anche che non esistevano i grandi capi, ci ha tolto l’acqua. Eravamo sempre più numerosi, ma sempre più isolati, più clandestini.

Nel libro, il rapporto conflittuale con le Br emerge molto chiaramente. Prima lei diceva: nella lotta armata non c’erano i grandi capi, i grandi vecchi. Però sembra esserci anche un lato oscuro su cui non si è mai indagato a fondo, sui rapporti tra Br e certi settori dello Stato, servizi segreti. É solo dietrologia?

Se ancora oggi, per non guardare in faccia alla realtà, si vuole continuare a parlare di complotti e teorie della cospirazione, a me fa ridere. Con tutti i pentiti che ci sono stati, se ne sa quasi più di quello che è veramente successo. Se ci fossero stati dei contatti, delle manipolazioni da parte dei servizi segreti sia italiani che stranieri, sarebbe venuto fuori. Pare che ci sia stato un tentativo da parte di Israele di prendere contatto con le Br per un un obiettivo di destabilizzazione italiana che poteva essere loro utile nei rapporti con gli Usa, ma le Br rifiutarono, così ha detto un pentito importante.

Perché non si vuole voltare pagina in Italia? Perché non si possono permettere che salti fuori tutto.

Allora i complotti e i lati oscuri esistono…

Sì, ma da parte dello Stato. Per le stragi, ad esempio, c’è qualcuno in galera, a parte due deficienti di fascisti (Fioravanti e Mambro, ndr) che secondo me sono anche innocenti? Per voltare la pagina c’è bisogno che venga tutto fuori. Poi magari si può parlare di amnistia. Ma loro non vogliono che salti tutti fuori. Secondo me c’è ancora un sacco di gente che ha ancora posti chiave nel potere, e che quindi non può scoprirsi. Non c’è un processo che vada in porta, uno scandalo che non venga soffocato…

L’Italia fornirebbe un bel po’ di materia per uno scrittore di noir, insomma.

Fellini l’aveva detto: “è scandaloso che un paese come l’Italia, che è un paese nero, che è una sorgente per il romanzo noir, non abbia scrittori di gialli di un certo calibro”. Adesso però c’è una nuova leva di scrittori che stanno venendo fuori. Anche prima c’era gente che sapeva scrivere, ma non riuscivano a venir fuori perché il mondo editoriale italiano è sempre stato fatto di clan, di baroni, di culi di pietra che nessuno riusciva a spostare.

Saranno gli scrittori di noir della nuova generazione a indagare sui misteri d’Italia?

Io non credo che esista una missione, nel romanzo nero. Però se può servire a smuovere qualcosa, arrivare a dire qualcosa a qualcuno che altrimenti non leggerebbe mai un documento… ma da lì a dire che il romanzo nero possa avere un ruolo importante, non ci credo. Io, per esempio, quando ho scritto “L’ultimo sparo” avevo già voltato pagina, pensavo di scrivere solo per me. Non so e non mi interessa se l’Italia lo farà, se volterà pagina. Non rientrerei neanche se dovessi avere l’amnistia, al massimo verrei in vacanza.

Invece, man mano che scrivevo, mi sono accorto che non stavo scrivendo solo per me. Attaccare i comportamenti dei compagni, i miei, mi è servito anche a prendere le distanze, a far capire al lettore che non avevo qualcosa da difendere. Invece, quando il romanzo è uscito in Italia, mi sono accorto che c’erano state un bel po’ di reazioni. Allora mi sono detto: chissà che quello che ho scritto non faccia riflettere qualcuno, chissà che qualcuno non dica: forse è arrivato il momento di parlare tranquillamente di questo argomento, della lotta armata.

Ha intenzione di scrivere ancora sulla lotta armata, un altro romanzo o magari un saggio?

No, per me è un capitolo chiuso (in realtà, “Le Cargo Sentimental” parla di quell’esperienza. Ma lo scriviamo col senno di poi, ndr). Eppoi, non partecipo mai a nessuna iniziativa, qui a Parigi, con gli altri fuoriusciti (neanche questo è più totalmente vero, da quando si è cominciato a temere che la Francia voglia consegnare all’Italia i rifugiati politici, ndr). Non ho niente da dire, non frequento nessuno. Con i dieci anni passati in Messico ho spazzato via tutto. Il Messico è lontano, è proprio un’altra cosa. É grazie a tutto ciò che sono riuscito a venir fuori da questo circolo vizioso del reduce della lotta armata, del rifugiato, che poi è un’altra forma di prigione. Una cosa che mi ha impressionato moltissimo, tornando in Francia dopo dieci anni, è stata quella di ritrovare dei compagni che parlavano e si comportavano come se non fosse passato neanche un giorno. Soffrivano e soffrono ancora come cani, perché non hanno mai superato quello è successo in Italia. Anche perché la Francia è troppo vicina, certi contatti non si perdono.

In Italia, gli ex terroristi che scrivo libri o memorie, o che tornano sulla scena pubblica, suscitano generalmente un certo fastidio, anche in una certa opinione pubblica di sinistra. Lei è un romanziere: non si sente considerato nello stesso modo?

No, mi è capitato solo di leggere qualche reazione risentita sui giornali italiani all’uscita del mio romanzo. Sia da un lato che dall’altro, la storia di quegli anni è sempre stata raccontata in modo disonesto, per interessi diversi ed opposti. Dunque posso capire questo fastidio. Posso capire che i familiari di una vittima dell’altra parte possano ancora oggi gridare: al rogo. Anche se poi bisognerebbe spiegargli, per esempio, che un ufficiale dei carabinieri aveva una pistola e la usava. Ma chiedere a un familiare di capire questo, non è facile.

(Sull’amnistia) Alcuni parlamentari dicono: qui non si può fare niente perché sennò c’è subito un’alzata di scudi dell’associazione delle vittime. Secondo me non è così…. Togliatti non si è fatto nessun problema quando ha dato l’amnistia ai fascisti dopo la guerra. Di scudi se ne sono levati, eppure l’amnistia c’è stata lo stesso.

Non le pare un po’ azzardato il paragone con Togliatti, con i terroristi di sinistra nella parte dei fascisti?

Magari così, fuori contesto, quello che ho detto può essere male interpretato. Quello che voglio dire è che Togliatti è stato lungimirante: è finita una guerra, i fucilieri tornano a casa, si gira la pagina e finisce. Cosa che oggi in Italia non si vuole fare semplicemente perché non si considera che negli anni 70 c’è stata una guerra. I morti ci sono stati. Saranno morti d’infarto, non so.

 

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