Quattro mesi dopo Reuters

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Sono passati quattro mesi da quando ho lasciato Reuters. È estate, era inverno. Ma aldilà del clima, mi pare un evento lontanissimo nel tempo.

Dipende certo dal fatto che sono uscito dal ciclo di produzione quotidiana, dopo aver passato gli ultimi 18 anni in una redazione, sempre a contatto con le stesse persone o quasi.

Non sono passato da un lavoro all’altro: quel passaggio è stato più simile al pensionamento, ma senza l’età per andarci. Questo è quel che penso quando mi alzo col piede sbagliato.
Oppure – ed è questa la ragione che mi ha spinto a decidere di andarmene prima che potesse scattare una crisi vera e propria dell’agenzia, con tagli al personale ancora più massicci – è la famosa “mossa del cavallo”: scartare, cambiare direzione.

Non è vero che il giornalismo sia morto. Ci sono un sacco di media, con tantissimi lettori. Ci sono tantissimi giornalisti, giovani e bravi, con un sacco di “skill”. Ma non ci sono più i soldi che c’erano prima. E non c’è più, o ha perso un bel po’ d’importanza, lo status di giornalista.

Questa è la prima cosa che ho dovuto mettere in conto lasciando il lavoro, sia pure in cambio di un onesto incentivo: la perdita dello status di giornalista di una prestigiosa agenzia di stampa internazionale.

[Necessaria parentesi: il mondo è pieno, purtroppo, di persone che perdono il lavoro, e certamente in condizioni ben più drammatiche delle mie, dato che ho potuto fare una scelta che spesso ad altri non è data; lo so perfettamente e in passato ho anche scritto di licenziamenti e posti di lavoro a rischio, anche se di solito sulla stampa non sei un individuo con i suoi drammi, i suoi problemi, ma sei un numero, un figurante in un gruppo. Quel che racconto qui, lo scrivo probabilmente prima di tutto per me stesso, per fare il punto]

Ero un ragazzino, quando decisi che volevo fare il giornalista, con la fiducia spesso incrollabile dell’età, che non tiene conto di condizioni materiali e sociali, di possibili difficoltà, dell’imprevedibilità degli eventi o del caso. Ci sono riuscito – ma non sempre è stata facile, la strada per arrivarci, e devo ringraziare soprattutto i miei genitori per avermi sostenuto nel mentre – certo anche per caparbietà.

Fin qui, in 30 anni, sono stato fortunato. Ho lavorato solo per testate che mi piacessero, di cui condividevo l’orizzonte o le scelte editoriali, almeno in buona parte.

Per me è stato anche un avanzamento sociale, pur se continuo a pensare di far parte della stessa classe dei miei genitori. Nel dichiararmi un “lavoratore intellettuale”, per me l’accento sta più sulla prima che sulla seconda parola.

Insomma, sono arrivato a fare il giornalista – la prima volta che mi hanno pagato per i miei articoli ero così eccitato che sono andato a cambiare l’assegno… nella banca sbagliata –  ma non ho mai pensato che l’avrei fatto per tutta la vita, a dire il vero. Perché in realtà mi interessano un sacco di cose, che hanno a che vedere comunque con le parole: la scrittura, la formazione, la politica.

Ma, lo stesso, ho dovuto fare i conti con questa specie di lutto, la perdita di status, come dicevo.

 

In questi quattro mesi ho scritto, ho insegnato (brevemente), ho fatto un po’ di attività, più sociale che politica, ho imparato un poco a fare il social media manager.

Ho terminato un saggio che avrei dovuto scrivere quasi 30 anni fa, dopo la laurea; ho rimesso le mani su un romanzo che avevo scritto 20 anni fa e ne ho sistemato un altro che ho pubblicato 13 anni fa ma che vorrei far circolare di nuovo. Ho cominciato a scrivere, e mi sono divertito a farlo, redazionali pubblicitari. Ho buttato giù idee per documentari e serie, ma aspetto ancora feedback. Ho ripreso progetti e incipit di romanzi e saggi che mi sono ripromesso negli anni di scrivere, e che restano validi.

Ho scritto post su blog con lo stesso impegno con cui ho sempre scritto per lavoro (non ho mai capito perché non essere pagati dovrebbe richiedere meno rigore: è come pensare che allora puoi scrivere senza rispettare grammatica e sintassi; ma con questo certo non sto giustificando lo sfruttamento della manodopera, rimango dell’idea che “a salario di merda, lavoro di merda”: nel mio caso, nessuno mi ha costretto).

Ho rifiutato un lavoro pagato malissimo, pur riflettendo attentamente se non fosse il caso di accettare, perché era comunque un’entrata fresca. E ho presentato la mia candidatura per cose che riguardano la comunicazione aziendale o istituzionale, che è un po’ come passare dall’altra parte della barricata. Ma potrebbero essere comunque attività interessanti, aspetto risposte. Ho anche deciso di scrivere, non senza dubbi, qualche articolo per un sito di “giornalismo partecipativo”: un po’ per non perdere l’abitudine delle notizie, un po’ per curiosità, per incontrare un pubblico diverso.

 

Ho indossato poche camicie e quasi mai giacche, ma soprattutto magliette (e ora che fa caldo, pantaloncini!). Ho ripreso a usare la bicicletta. Mi sono occupato più spesso dei miei figli (anche se non credo di essere mai stato un padre assente, prima). Ho passato un po’ di tempo a casa con l’intento di lavorare lì, ma col rischio di finire a fare il casalingo sublimato più che il disoccupato sul divano davanti alla tv.

Alla fine, dando ascolto alla mia compagna, ho preso una postazione in un coworking, ed è stato un bene. Anche se spesso sono il più vecchio, ho trovato delle persone interessanti e che spesso hanno scelto di lavorare come indipendenti. Ho ritrovato il piacere di consumare il pranzo insieme con altri (nel lavoro di agenzia, le modalità sono diverse, e per moltissimi anni ho mangiato da solo, di corsa, spesso anche davanti al pc) e di chiacchierare.

 

Non so come andranno i prossimi mesi. Ogni tanto provo frustrazione perché le risposte che aspetto tardano ad arrivare, quando di solito sono abituato ad andare alla velocità del mio pensiero (che è sempre molto elevata, anche troppo). Ogni tanto temo che le persone che ho incrociato nel corso degli anni e a cui ho annunciato che avrei lasciato il lavoro, chiedendogli qualche dritta, si siano già dimenticate di me. Qualche volta penso di tirarmela troppo – tipico dei giornalisti – rischiando così di rinunciare a contatti e lavori utili. Altre volte temo di tirarmela troppo poco, rischiando di mostrare un profilo troppo basso.

Però, è un cambiamento che ho voluto io, come è accaduto 20 anni fa, quando me ne sono andato a Bruxelles. Certo, le condizioni sono diverse: sono più vecchio, ho tre figli, il “mercato” è completamente diverso. Ma anche allora, a un certo punto, fui costretto a improvvisare perché il lavoro che pensavo di andare a fare era evaporato. Così feci il corrispondente freelance, e arrivai a Reuters.
Oggi ho certamente un bel più di esperienza, anche se un po’ di contatti e un po’ di culo non guastano mai.

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