Dischi volanti (il ritorno)

Non scrivo di musica da un po’ di tempo. Ma sto ascoltando diversi album usciti negli ultimi mesi che mi sembrano interessanti. E poi, parlare di musica è anche un modo per scacciare la tristezza, almeno per me.

Comincio dal ritorno di Sampa the Great (il disco si chiama proprio The Return), di cui avevo già parlato lo scorso anno. Lei è nata in Zambia, è cresciuta in Botswana, vissuta negli Usa e arrivata poi in Australia, fa hip hop, rnb, soul, e scrive i suoi testi. Tutto l’album è molto bello, e lei ha una voce incredibile. Tra le canzoni, segnalo “Brand New”, “Final Form” (che direi in vecchio stile gangsta), “OMG”. Come scrive Pitchfork – che si solito vado a leggere per curiosità dopo aver trovato una roba interessante su Apple Music – l’album parla molto di pace, famiglia e casa, in un senso ampio, vista anche la sua biografia.

Altro disco appassionante, sia pur di stile completamente diverso, è “All Mirrors” di Angel Olsen, una cantante e chitarrista statunitense che non saprei bene come definire dal punto di vista stilistico (po è una definizione un po’ troppo ampia), che è arrivata al quarto album. Un disco sinfonico, il suo, davvero pieno di suoni e suggestioni. Accanto a lei, che canta, suona la chitarra, il sintetizzatore e il piano, c’è un’orchestra classica composta da una dozzina di elementi ed altri musicisti ancora.

Dj Dolores è una cantante, compositrice, disc jockey, designer e regista brasiliana. La conoscevo già per un disco uscito nel 2014, “Banda Sonora”, una specie di colonna sonora per film mai girati. “Recife 19” è pieno di suoni differenti, funk, dub, cumbia, electro, cose più tradizionalmente brasiliane, almeno per me, che conosco limitatamente la musica sudamericana. Il titolo è relativo alla città del nord est del Brasile in cui vive, Recife. Che, leggo, è stata definita una delle peggiori metropoli del mondo per qualità della vita. Ma se la musica che produce è questa, qualcosa di buono c’è certamente.

Cose varie. Mi sono appassionato a un disco acustico dei Tahiti 80 (“Fear of an Acoustic Planet”, che rimanda al titolo del famoso album dei Public Enemy), una band francese che ascoltavo a Bruxelles nel 1999-2000. All’epoca, era famosa la versione elettronica della loro Heartbeat, che in questa versione alla chitarra è ancora più bella, se possibile (quella del video è la vecchia versione normale, neanche quella che acsoltavo nella trasmissione della Rtbf).
Sudan Archives è il nome d’arte di una violinista e cantante americana la cui “Confessions” ho ascoltato a manetta su Radio Nova. Da qualche settimana è uscito il suo album, “Athena”, di cui però ho sentito poco, ancora. Il violino non è il mio strumento preferito (fuori dal mondo della classica, intendo), però la canzone è molto bella.

Degli Elbow, un gruppo britannico che suona da 20 anni, non avevo ascoltato nulla, ma questo album, “Giants of All Sizes”, mi piace abbastanza. Tra i loro suoni trovo riferimenti diversi, dai Genesis a Crosby Stills & Nash (in certi cori), passando per i RadioHead.

Infine. Sto iniziando ad ascoltare il disco nuovo di FKA Twigs, un’artista britannica, che si intitola “Magdalene”, e di cui apprezzo la cupezza, a dire il vero. Il disco gira intorno alla storia di Maria Maddalena, ed è uno strano incrocio tra musica elettronica, hip hop e cori medioevali.

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