Rai indipendente? Una bella fiction

Foto di Morten diffusa su Flickr.com con licenza creative commons

Nel suo discorso di fine anno, dedicato alla necessità di ritrovare la fiducia per superare i problemi del Paese, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha fatto un preciso accenno alla Rai e una critica al quello che gli anglosassoni chiamano “political bias”, il pregiudizio, vero o reale, che deforma l’informazione politica per favorire od ostacolare una parte.
«Un ruolo fondamentale è assegnato ai media e in particolare al nostro servizio pubblico – ha detto Mattarella –  Abbiamo bisogno di preparazione e di competenze. Ogni tanto si vede affiorare, invece, la tendenza a prender posizione ancor prima di informarsi».

In questi giorni si torna a discutere del peso dei partiti sull’emittente pubblica, che pure era stata riformata pochi anni fa, dal governo Renzi per aumentare i poteri del nuovo amministratore generale, con l’intento ufficiale di aumentare l’indipendenza della Rai. 
Nel 2017 però la maggioranza di centrosinistra aveva poi costretto alle dimissioni Antonio Campo Dall’Orto, in precedenza fortemente voluto da Matteo Renzi e che resterà forse alle cronache come l’inventore di RaiPlay. Dell’Orto, secondo alcuni, voleva ridurre proprio il peso dei partiti.
E Ora il cda di Viale Mazzini sembra affilare le armi contro Fabrizio Salini, voluto dal M5s nel ticket “gialloverde” con il presidente Marcello Foa, vicino alla Lega. Motivo, a quanto pare, certe nomine che non piacciono ai partiti, che invece vorrebbero mantenere la propria presa sull’organigramma aziendale. Bisogna vedere dunque se Salini andrà lo stesso avanti sulle nomine che aveva proposto, anche se in teoria il voto del cda non era vincolante.

La questione della correttezza dell’informazione politica – sollevata dal Capo dello Stato – e quella della “fake news” e dei social dovrebbero invece spingere il Parlamento ad agire in direzione opposta. Cioè rendere davvero la Rai più indipendente, proprio per garantire ai partiti stessi una parità di trattamento anche quando sono all’opposizione; e varare un regolamento sulla propaganda politica sui social, sollecitato anche dal compianto garante europeo della privacy, Giovanni Buttarelli, pochi mesi prima della sua scomparsa.

Ma è possibile che i partiti ci riescano? A stare alla storia stessa della Rai – governata alternativamente dal governo o comunque dai partiti, che volevano uno proprio spazio diverso dai giornali, proprietà dei grandi gruppi industriali, per raccontarsi, rappresentarsi – è difficile, molto difficile. Troppo importante la posta in gioco, cioè la raccolta del consenso.

Il rapporto 2018 dell’Autorità per la garanzia nelle comunicazioni ha rilevato che la tv resta comunque la principale fonte di informazione per il 90% degli intervistati, contro il 70% di Internet, il 66% delle radio, nel menù crossmediale degli italiani. 
E la tv, sia a livello locale che nazionale, è considerata in assoluto la fonte più importante per l’informazione politico-elettorale. 

Ovviamente, il tentativo di intromissione del potere politico nella tv pubblica è un fenomeno che avviene in molti Paesi (anche nel Regno Unito) pur se con modalità diverse. Ma in Italia colpisce la capillarità degli interventi. Andare in tv (anche in radio, ma soprattutto in tv) è una specie di prova della propria esistenza e del proprio potere.

Le proposte per fare della Rai un’azienda controllata non più direttamente dal Parlamento o dal governo ma da una fondazione pubblica non mancano. Nel corso degli anni sono state avanzate da personalità politiche, associazioni di giornalisti, anche dagli inserzionisti pubblicitari.
Un’idea, per esempio, è quella di dare al Presidente della Repubblica, carica super partes, il potere di nominare un trust con funzioni di indirizzo e controllo, che nomina a sua volta un organismo di gestione composto da pochi membri che tra loro eleggono un amministratore delegato.

Il problema, però, è sempre lo stesso: i partiti, che oggi non hanno neanche quasi più finanziamento pubblico, sarebbero disposti a cedere il loro potere di controllo sul broadcaster pubblico?
Del resto, non sembra neanche esserci nell’opinione pubblica un forte movimento per una Rai meno condizionata dalla politica.
Se si guarda ai dati esibiti da Viale Mazzini sul proprio gradimento, che risalgono al primo semestre 2019, l’indice di qualità percepita degli italiani sulla qualità della programmazione era di 7,7 punti su una scala da 1 a 10, con un voto specifico sull’informazione di 7,4 punti.

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