Il Manifesto e il fucilatore Almirante

Non ho scritto praticamente nulla sulla questione della statue da abbattere (o no) perché sarebbe troppo lungo e non ho voglia, per il momento. Però, dato che a fine maggio è stato l’anniversario della morte di Giorgio Almirante, storico leader del Movimento Sociale Italiano, mi pareva giusto ricordare un pezzetto di storia: quella della campagna del quotidiano Il Manifesto, nel 1971, contro il fucilatore Almirante. Definizione ribadita peraltro in più di un’aula di tribunale.
Quello che segue è un brano dal mio libro “Il giornale-partito. Per una storia del Manifesto”, pubblicato dalle edizioni Odradek nel dicembre scorso, per i 50 anni del gruppo e della rivista.

“Nell’autunno-inverno del 1971 la campagna contro Fanfani alla presidenza della Repubblica si intreccia a quella contro Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano.

Almirante ha sostituito il moderato Arturo Michelini alla guida del Msi in un periodo di ripresa elettorale del neofascismo italiano. L’opposizione di estrema destra conosce infatti una crescita pronunciata del suo consenso elettorale dal 1970 al 1972, e aumenta il peso politico dei missini, che svolgono una funzione di sostegno per il governo Colombo, puntellandolo a destra. Intanto, in tutta la penisola si avvertono preoccupanti segnali di ripresa dell’attività squadristica neofascista, che si svolge dentro e fuori le strutture ufficiali del Msi.

Per parecchi mesi, tra il ’70 e il ’71, spesso non passa giorno senza che i giornali non diano notizia di aggressioni di gruppi neofascisti contro studenti di sinistra, sedi di gruppi, lavoratori. Basta dare una rapida scorsa alla terza pagina del “manifesto” per trovare episodi del genere, più o meno gravi.

La campagna contro “il fucilatore Almirante” nasce da uno scoop del “manifesto”, che pubblica all’inizio di luglio un bando della Repubblica Sociale Italiana firmato nel 1944 da Almirante, capo di gabinetto del ministro alla Cultura Popolare Ferdinando Mezzasoma. Nel bando, diffuso ad Arezzo, si intima agli sbandati e ai partigiani di consegnarsi alle autorità repubblichine e naziste – che controllano il Nord Italia dopo l’8 settembre del 1943 – pena la fucilazione.

Immediatamente Giorgio Almirante sporge querela contro “il manifesto” e “l’Unità”, che ha ripreso la notizia. Poi compare in tv con Giulio Andreotti, nel corso di una tribuna elettorale dai toni assai comprensivi tra i due leader.

La campagna del Manifesto si svolge nel Paese ed in Parlamento: mentre il quotidiano prende a pubblicare notizie sul passato fascista di Almirante (si pubblicano stralci dagli articoli antisemiti che il leader missino scrisse per la rivista “La difesa della razza”), i cinque deputati del gruppo scrivono al Presidente della Camera (il socialista Sandro Pertini, sei volte incarcerato da fascisti e nazisti e due volte evaso) perché del bando sia data pubblica lettura in aula.

Pertini deve opporre un cortese rifiuto, perché non è confortato dal regolamento: il Presidente della Camera non può assumere iniziative politiche.

I deputati del Manifesto non si danno per vinti, e propongono alla Camera una mozione «che sanzioni l’indegnità politica e morale di Almirante», pur non potendo chiederne l’allontanamento dalla Camera. Si tratta di una prova per la democrazia italiana uscita dalla Resistenza, sostiene Luigi Pintor il 25 luglio del 1971: «È stato già osservato che siamo una “democrazia” che ha consentito ed anzi incoraggiato la presenza nelle istituzioni rappresentative di una formazione e di personaggi dichiaratamente fascisti, cioè fuori legge. Nel momento in cui questa presenza, non è più, come ci si poteva illudere in passato, marginale e mascherata, ma alimenta nel paese lo squadrismo e viene politicamente valorizzata da forze di governo, un voto politico di condanna e di «rigetto» dei capi fascisti è una risposta obbligata anche al livello delle istituzioni: sottrarvisi vuol dire, anche in linea di principio, accettare che le basi del. regime democratico siano apertamente rimesse in discussione, e non più solo sotterraneamente insidiate».

Perché la mozione sia posta in votazione alla Camera occorrono dieci presentatori, il doppio dei deputati del Manifesto. Ma nessun parlamentare delle forze politiche di sinistra aderisce all’iniziativa. Un appello del Manifesto a Psi, Psiup e Pci cade nel vuoto.

Fuori dal Parlamento, invece, la campagna contro Almirante trova un ampio sostegno. Dopo l’adesione del consiglio regionale toscano della Resistenza, molti ex partigiani si associano alla condanna contro il segretario missino, seguiti da gruppi politici, associazioni, sezioni dei partiti di sinistra. Il segretario della federazione regionale del Psi delle Marche viene citato in tribunale da Almirante per aver riprodotto su di un manifesto il vecchio bando della Rsi. Nell’aula giudiziaria, la causa si trasforma in un boomerang per Almirante: il tribunale riconosce l’autenticità del bando. Lo stesso avviene nel corso della prima udienza del processo contro “il manifesto”. Per tutto l’autunno, manifestazioni e cortei contro Almirante si susseguono in tutta Italia, incrociandosi alla campagna contro Fanfani. Alla fine di novembre il segretario del Msi, che si trova all’estero per una visita alle comunità degli immigrati italiani, viene contestato a Strasburgo e Bruxelles.

Poi, il periodo “caldo” delle elezioni del Presidente della Repubblica accentra l’attenzione sulle cronache parlamentari. Il 29 gennaio due deputati che hanno aderito al Movimento Politico dei Lavoratori, Giuseppe Gerbino e Cesare Pirisi, firmano la mozione del Manifesto. Mancano ancora tre firme, ma la questione passa in sordina, anche se all’inizio di febbraio il tribunale di Reggio Emilia – che giudica su una causa di diffamazione intentata da Almirante ad alcuni militanti socialisti – riconosce che il segretario del Msi fu fascista, firmò il famigerato bando, e che pertanto definirlo «boia» non costituisce reato”.

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