
Nei giorni scorsi ho avuto un riscontro diretto di quanto sia importante il tema dello smart working per un grandissimo numero di persone che lavorano nel terziario e che con il confinamento si sono trovate all’improvviso a lavorare a distanza, nelle condizioni più disparate. Ma ho l’impressione che la questione fatichi a entrare nell’agenda politica, almeno per il momento.
Dopo aver scritto un piccolo articolo su un sondaggio da cui emergeva che l’86% di 15.000 lavoratori hanno vissuto bene o molto bene la novità del telelavoro (perché in effetti questo è stato) e vorrebbero continuare a utilizzarlo, ho ricevuto su LinkedIn un consistente numero di reazioni. Positive e anche negative, ovviamente. Di persone che salutano il cambio di paradigma e di altre che si lamentano di aver lavorato di più. Di chi pensa che così si perdono i contatti umani e di chi invece dice che contano di più i risultati. Di chi teme che col lavoro a distanza i datori di lavoro assumeranno persone a buon mercato all’estero. Di chi scherza sullo “smart cooking”, lavorando e preparando insieme il pranzo.
Una volta chiarite le questioni terminologiche (lavoro agile non è solo home working o telelavoro), quelle tecniche e di sicurezza (per esempio: chi lavora a distanza è oggi più a rischio di attacchi hacker) e superati i soliti pregiudizi sui dipendenti pubblici, va detto che lo smart working è una questione politica e anche ecologica, non è soltanto un problema di organizzazione del lavoro. Perché riguarda il rapporto tra vita e lavoro, perché ha un impatto anche sul traffico delle città, sull’inquinamento, sull’emissione di gas a effetto serra.
La pandemia ha letteralmente spinto il mondo del lavoro italiano in una dimensione, quella dello smart working, che da noi era piuttosto marginale, a differenza di altri paesi europei. Ovviamente, molti lavori necessitano per forza della presenza fisica, e così sarà finché non saremo sostituiti da androidi. Ma non c’è ragione di impedire che il lavoro agile si diffonda. Perché, come spiegano quelli che lo hanno sperimentato, si passa meno tempo nel traffico e si spendono meno soldi, si riescono a conciliare meglio gli orari.