Dall’Espresso a Nespresso

Gentili colleghi di Professione Reporter, nell’ultima newsletter ho letto il vostro post Corriere e Repubblica, 110 pagine di promozioni, come se fosse giornalismo, e ci ho trovato un po’ di me. Non perché sia una delle firme dei supplementi di cui avete parlato, ma perché negli ultimi due anni, dopo essere andato via con un incentivo dall’agenzia di stampa Reuters – che ha avviato una vasta ristrutturazione, cioè un taglio, delle redazioni in Europa – lavoro soprattutto in quello che si definisce brand journalism e nel content marketing. 

Non scrivo soltanto pubbliredazionali, per intenderci. Scrivo testi su prodotti, più spesso racconto storie aziendali, talvolta scrivo pezzi d’informazione sponsorizzati. Ho scambi regolari con colleghi che fanno lo stesso lavoro, con i clienti e con gli intermediari delle agenzie. Faccio riunioni, chiedo approfondimenti, numeri, informazioni aggiuntive.

In questi due anni ho imparato un sacco di cose su numerosi argomenti, il lavoro che faccio non mi dispiace affatto, ho una maggiore libertà nella scrittura, un maggior piacere. Ma ci metto lo stesso impegno, la stessa attenzione che ho sempre messo nel lavoro strettamente giornalistico. Che peraltro non ho abbandonato: continuo a scrivere per alcune testate, in qualche caso anche gratuitamente, perché mi piace occuparmi di certi temi, o mi fa piacere che la mia firma circoli. Ma i miei guadagni vengono essenzialmente dal lavoro legato alla comunicazione aziendale o alla pubblicità, appunto.

Aldilà del mio caso personale, però, vorrei che ricordassimo alcune cose. Che la pubblicità oggi è una voce economica fondamentale per le aziende editoriali, mentre i numeri di lettori a pagamento non brillano, anzi; anche se paradossalmente la presenza di media è moltiplicata. Non è aumentata però la qualità dei prodotti, mi pare. Oppure, questa ricerca di qualità non ha ancora dato grandi frutti. 

Mi capita spesso, facendo ad esempio ricerche per il mio lavoro, di trovare “copia e incolla” di comunicati stampa di aziende, magari quotate in borsa, trasformati in articoli non pubblicitari. O di leggere articoli che fatico a distinguere da un pubbliredazionale ben scritto, per esempio quando si parla di moda, design, auto, tempo libero, ma anche di temi economici.

Fatico anche a capire perché certi colleghi si rifiutino di scrivere – cosa che si può fare con dignità, francamente – pezzi su prodotti o servizi nei supplementi, o sui siti web, se le loro aziende editoriali sono in crisi e applicano il contratto di solidarietà. Di qui, viene la necessità di imbarcare collaboratori (quelle che definite “firme in gran parte mai viste prima” sui giornali a cui sono allegati i supplementi) che, per loro fortuna, guadagnano certamente di più così che scrivendo pezzi di giornalismo vero e blasonato (che poi magari finiscono sul web con contorno di sguaiatissime inserzioni di Google AdSense).

Trovo infine curioso che Professione Reporter si soffermi sui due supplementi bellezza e sul disorientamento del lettore e non su altri supplementi che da anni veicolano il traffico pubblicitario su quei due quotidiani e su altri, condizionando anche il taglio (e i contenuti) degli articoli.

Non mi dilungo sulle ragioni della crisi del giornalismo, o meglio, della crisi delle imprese editoriali che fanno informazione, in particolare in Italia. Vorrei soltanto far notare che la pubblicità continua a fare andare avanti la macchina editoriale, e che la comunicazione pubblicitaria sembra più dinamica e innovativa di quanto non lo sia il giornalismo. Non lo dico per intendere: non si sputa nel piatto in cui si mangia. Ma perché credo che forse serve inventare qualcos’altro.

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