Non solo i padri, anche le madri

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Ieri sera ho visto un bel film che è stato anche una mazzata terribile allo stomaco, e che vorrei consigliare ali uomini che hanno figli o che pensano di averne.

Jusqu’à la garde, di Xavier Legrand, in Italia non è ancora uscito, ma è passato a Venezia e al festival “Venezia a Roma”. In italiano sarà intitolato probabilmente L’affido, anche se il titolo francese è un gioco di parole intraducibile (garde vuol dire custodia, in riferimento alla custodia condivisa dei figli di divorziati, ma significa anche la “guardia” della spada, che fa parte dell’impugnatura…).

È un bel film, dicevo, cinematograficamente. Non è una pellicola di denuncia, racconta una storia. Semmai, invita a fareattenzione a come una vicenda può presentarsi, e a come può essere (male)interpretata. È la storia di un padre violento (una persona malata, soprattutto) che riesce a ottenere la custodia condivisa perché è stato capace di ingannare le autorità preposte (e anche se stesso), grazie anche alla scelta della moglie di fuggire con i figli senza denunciare per tempo quello che avveniva, per non dare scandalo.

È probabile, per non dire ovvio, che il pubblico di un film del genere sarà composto da persone sensibili (e maschi sensibili). Non pretendo di esserlo più degli altri. Dico solo che, da uomo con tre figli, che qualche volta ai figli ha mollato schiaffi e sculacciate, e che ancora spesso urla come Hulk, mi ha fatto male. Mi ha fatto male la paura di poter avere dentro di me, da qualche parte, un abisso del genere.

Ovvio che qui non parliamo di sistemi di educazione. E comunque sono stato educato a schiaffi e sculacciate (e battipanni, e ciabatte, anche, nella classica tradizione italica). Dunque, pur pensando razionalmente che sia sbagliato, ho una tendenza a ripetere. Che combatto da anni.

Non sono contrario all’uso della violenza in generale. Credo che la violenza per difesa sia talvolta necessaria e che sia anche difficile sapere fin dove arriva il concetto di difesa.
Ho cercato di insegnare ai miei figli che non bisogna ricorrere alla violenza, ma anche che debbono difendersi, se occorre.

Quando ero bambino, sono stato picchiato un paio di volte da mio padre, cresciuto in una borgata romana (ma non ha mai aggredito nessuno, e non ha mai alzato le mani su mia madre) perché non mi ero difeso da miei coetanei. Pensava di insegnarmi così a reagire. Fortunatamente mia madre l’ha fatto ragionare.
Ho fatto poi obiezione di coscienza al servizio militare soprattutto perché volevo evitare l’istituzione totale caserma e la disciplina militare. E non me la sentivo di andare in carcere, cosa che forse sarebbe stata più coerente, ma non più intelligente.

Il fenomeno del femminicidio (difendo l’uso del termine, perché attiene a una motivazione precisa, che riguarda un modo di considerare la donna) non è una prerogativa esclusiva italiana, come dimostrano anche i dati (e come mostra anche il film di cui vi ho parlato). La cosa non mi fa gioire.

Ma oltre all’assunzione di responsabilità maschile, credo ci sia necessità di una analoga presa di coscienza da parte delle donne, in Italia (e qui mi beccherò i fischi).

I padri sono importanti, ma sono importanti anche le madri.
E in una società come quella italiana, dove sono ancora le donne a passare – purtroppo – più tempo coi figli, occorre che siano prima di tutto loro a trasmettere valori diversi (lo dobbiamo fare anche noi uomini, eccome se lo dobbiamo fare, non è mai abbastanza).

Perché troppo spesso le donne invece continuano a condividere quell’ideologia di merda, quella del possesso e della considerazione della femmina (ma anche dei figli) come di una proprietà.  Quell’ideologia di merda sul maschio che ti fa sentire protetta e importante. Quell’ideologia di merda sul presunto ruolo di una donna. Le discussioni di questi giorni sugli stupri etc lo testimoniano.

Badate che non serve solo alle donne. Serve anche a liberare gli uomini.

Io no ho imparato tutto da solo (molto, però sì, e lo rivendico, e molto ho ancora da imparare). I miei genitori, che hanno frequentato poco la scuola – anche perché sono nati prima della II Guerra Mondiale e venivano da famiglie operaie – mi hanno trasmesso alcuni insegnamenti importanti, tra cui quello che siamo tutti uguali e che ognuno deve fare la propria parte (anche nei lavori domestici: se leggete qui, scoprite invece che la parità sta diventando quella che nessuno fa un cazzo).
E cerco di fare la mia parte, tra tutte le contraddizioni e difficoltà.

 

 

2 pensieri riguardo “Non solo i padri, anche le madri

  1. Cafarotti Roberta 16 settembre 2017 — 08:42

    Nessun fischio! È ovvio che la violenza nasce in ambienti familiari violenti e che le donne hanno un ruolo importante. La violenza è spesso un approccio alla vita, un metodo. Quando scoppia è già troppo tardi e le donne e i bambini di ogni sesso spesso ne pagano le conseguenze, perché nel metodo lo strumento di offesa è una mascolinità distorta come se ancora dovessimo andare a caccia per boschi. Aggiungerei che spessissimo dietro un uomo violento c’è stata una madre inadeguata e non raramente violenta. La battaglia femminile è nel combattere la cultura della violenza in famiglia innanzitutto e non permettere di farla entrare in casa.

  2. Condivido totalmente quel che hai scritto, punto per punto. Anche sulla questione lavori domestici. Non ho aperto il link ma mi è già capitato di scrivere la stessa cosa: è grave che la questione a molti sembri risolta se invece di farli solo lei non lo fanno né lui né lei. (Pensa che la prima litigata sull’argomento – con un amico caro, che da tanti anni non c’è più – risale al 15 marzo del 1978: me lo ricordo bene perché eravamo fuori Roma per il fine settimana con alcuni amici nella casa dei genitori di uno di noi e discutemmo fino a notte alta. E il giorno dopo ci svegliammo con la notizia del rapimento di Aldo Moro). Però vorrei aggiungere una cosa: ANCHE sulla questione violenza condivido quanto hai detto: “non sono contrario all’uso della violenza in generale”. Ma questo porta necessariamente con sé delle conseguenze. Di cui dovremmo tutti farci carico. Maschi “e” femmine non dovrebbero crescere inermi, alla mercé di coloro che fanno della violenza uno strumento di dominio. Dovrebbero IMPARARE a difendersi. Non si può usare la violenza per difendersi, così, su due piedi da un momento all’altro e solo in caso di necessità, senza mai avuto occasione di usarla e di sperimentalra prima. Bisogna imparare per tempo, a usarla, a controllarla, a non averne paura e a non farsene dominare. La violenza è parte dell’essere umano, maschio e femmina. Saper fare a botte – e quindi anche sapere quando fermarsi e come controllare la propria violenza per non fare esagerata,ente male – ha fatto parte per millenni della cultura dei maschi – così come accudire la casa, badare a bambini e anziani, far la spesa, cucinare, era parte della cultura delle femmine. Erano e sono cose entrambe necessarie. Valori. Che vanno condivisi. Se tre giovinastri che aggrediscono un coetaneo per strada fossero consapevoli che CHIUNQUE – maschio o femmina – passi da lì in quel momento ha imparato (a scuola!) a menar le mani e a difendersi, ci penserebbero due volte ad aggredirlo. E se anche se lo facessero si troverebbero con buone probabilità accerchiati da semplici passanti, gente (che sa di essere) CAPACE di metterli in fuga. Spesso si leggono sui giornali articoli che stigmatizzano e condannano il fatto che, in casi clamorosi di aggressione, nessuno intervenga a difendere gli aggrediti. Purtroppo è inevitabile, se tutti coloro che si trovano a passare di là – maschi e femmine – sono completamente incapaci di menare le mani e una reazione adeguata a un’aggressione l’hanno vista in vita loro solo al cinema. Anche per le donne vittime di aggressione il discorso è analogo. Senza voler far troppo affidamento sull’autodifesa in caso di tentato stupro – è chiaro che molti altri mutamenti sono necessari per difenderci dal femminicidio e dagli stupri – penso comunque che se alle ragazzine fosse insegnato fin da piccole come reagire, il solo fatto di essere consapevoli di saper reagire darebbe loro un altro modo di comportarsi, in caso di aggressione. E se i maschi sapessero che le femmine NON sono, fisicamente, necessariamente delle prede, perche SANNO come difendersi, l’intero “gioco” cambierebbe profondamente. Non sono un’esperto di dinamiche psicologiche e sociali ma credo che una potenziale vittima abbia meno probabilità (parlo di probabilità, non di certezza) di essere aggredita se il potenziale aggressore ha una chiarta comsapevolezza che la persona sa come difendersi. Chiaro che ci sono gli psicopatici. Vale per quelli di Rimini. Ma, per esempio, non dovrebbe valere nel caso dei carabinieri di Firenze.

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