Antifascismo, come

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I fascisti sono contro la libertà di parola. I fascisti non devono parlare?
Me lo chiedevo, nel 2011, qui. E me lo chiedo in realtà da molti anni, cioè da quando (primi anni 80) insieme ai miei amici sono stato aggredito da un gruppo di giovani fasci, legati al Fronte della Gioventù, per nessuna ragione se non che ci avevano identificato come zecche. E quindi volevano darci una lezione.

Non reagimmo, perché non era il nostro modo di fare (avevamo 15-16 anni, sentivamo musica insieme, chiacchieravamo, andavamo al cinema, facevamo lo struscio…), e forse sbagliammo. Perché se avessimo reagito subito forse le cose sarebbero andate diversamente, e ci avrebbero lasciato stare.
O forse no, e la catena di minacce e aggressioni (fortunatamente non gravi) sarebbe continuata. So solo che per qualche tempo andai a scuola con una sbarra di metallo nella borsa. Ma fortunatamente non dovetti mai usarla. Le mani sì, poche volte, per difendermi.

I fascisti sono contro la libertà di parola. I fascisti non devono parlare? Secondo Karl Popper ( o magari una sua intepretazione di parte) direi: no. Perché non si può essere tolleranti con gli intolleranti (è il famoso paradosso della tolleranza). Ma il problema è: chi decide chi è intollerante?
Lo decide l’esperienza (con tutti i rischi del caso): la vita non è dominata solo dalla logica. Allora: se c’è qualcuno che prova a raccontare che i fascisti, sai, facevano delle belle cose, in fondo avevano ragione, etc, e che adotta anche un comportamento violento e intimidatorio, be’, non c’è motivo di essere tolleranti.

Non che non conosca fasci o non li possa considerare amichevolmente.
Succede con Delio, che ho conosciuto da ragazzino, perché suo padre lavorava davanti a casa mia. Poi è diventato consigliere municipale, e abbiamo anche discusso di politica (una volta, mi ricordo, lo facemmo in una scuola, davanti a un pubblico di studenti, da posizione ovviamente distinte). Siamo rimasti in contatto su Facebook, per la maggior parte del tempo ci prendiamo in giro.
È successo con altri. Ed è normale, perché siamo persone.

Ma succede oggi che gruppi di estrema destra si facciano sempre più minacciosi e raccolgano insieme, apparentemente, più consensi. Specialmente nelle loro campagne contro i migranti, in quello schema classico per cui gli stranieri (specie se negri) sono delinquenti, ti rubano il lavoro, ti strappano i valori.

Non considero l’antifascismo una cosa sacra (non considero quasi nulla sacro, direi).
La considero una necessità storica. Oggi mi definirei anti-totalitario, che però non significa che consideri fascisti e comunisti la stessa cosa, in Italia, per evidenti ragioni di carattere storico (per le stesse ragioni posso arrivare a capire l’anticomunismo democratico in paesi sottoposti a dittatura comunista, come la ex Cecoslovacchia; ma non la nostalgia fascista in Ungheria).

Però c’è una cosa che va chiarita: il fascismo non è un problema solo per quelli che si definiscono di sinistra (ho spiegato ormai parecchie volte che mi va stretta pure questa definizione, oggi, ma va bene, ricorriamo a una convenzione letteraria).
L’ideologia suprematista, razzista, antidemocratica e violenta che esprime l’estrema destra è un problema per tutti.

Per cui, a quelli che vanno a discutere con Casapound (Enrico Mentana, per non fare nomi, che certo non segue questo blog, del resto), consiglierei di dare una letta alle notizie, ogni tanto.
Saranno anche smart, fascisti del terzo millennio, quello che vi pare, ma menano la gente e organizzano raid come i loro predecessori ideali.
Non è che siccome vi ospitano nelle loro sedi e pubblicizzano la cosa con manifestini graficamente accattivanti allora vuol dire che non sono fascisti.
Non siete voi il sigillo della democrazia.  Sono loro, al contrario, con tutti i segnali che lanciano, a confermare la certezza dei timori.

Il punto successivo allora è: antifascisti come.
In un libro da poco uscito negli Usa che sto leggendo, Antifa: The Antifascist Handbook (un libro che fa soprattutto la storia e la cronaca dei movimenti antifascisti), la questione se l’antifascismo violento ha senso o no si pone, a tratti. Ma è una serie di interrogativi, più che una risposta.
Il problema si pone in modo più forte nel momento in cui forze suprematiste, di estrema destra, diventano di massa (come Alba Dorata in Grecia, per dire, o AfD in Germania: ma già sono due casi diversi tra loro).

Contestare in piazza i fascisti è violenza? Direi di no, se si fa rumore, si disturba, senza aggredire. E farlo creativamente, gioiosamente, ridicolizzando i fascisti, merita un premio.
Picchiare i fascisti è violenza. Ma difendersi e difendere le persone no.

Soprattutto, antifascismo è non dare spazio ai suprematisti, ai nemici della democrazia, ai razzisti. Non bisogna fargli pubblicità indiretta, neanche per esprimere la propria indignazione. Mentre, se serve, occorre rispondere, anche sui social, battuta su battuta.

Un pensiero riguardo “Antifascismo, come

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