Perché ho scritto un libro sul Manifesto

(Questa, sempre che non ci siano cambiamenti in corso d’opera, è la premessa al volume “Il giornale-partito”, dedicato alla storia del quotidiano il manifesto, che uscirà nelle prossime settimane per le edizioni Odradek)

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Questo libro sulle origini del “manifesto” nasce della tesi di laurea che discussi nel 1990.
Avevo pensato di trasformare la tesi in una pubblicazione già nel 1991, in occasione del ventesimo anniversario dell’uscita in edicola del quotidiano comunista. Non colsi l’attimo, e l’idea rimase nel cassetto: anzi, nei due dischetti per Mac su cui avevo registrato i testi. Nel corso degli anni, però, ho continuato a pensare alla possibilità di riprendere questo piccolo contributo storico per farlo arrivare a un pubblico un po’ più ampio.

Nel frattempo, il contesto è profondamente cambiato. “il manifesto”, il giornale di un gruppo di intellettuali e attivisti radiati dal Pci nel 1969, c’è ancora, nonostante le difficoltà economiche che hanno sempre accompagnato la sua vita. Ma il mondo in cui ha vissuto per tanti anni è scomparso.

Il Partito comunista italiano non c’è più, il partito di centrosinistra nato dalle sue ceneri (e da quelle della sinistra della Democrazia cristiana, dei socialisti e di altre formazioni) è ai minimi storici e quell’arcipelago di sigle di sinistra di cui faceva parte anche “il manifesto” è, se possibile, ancora più residuale di un tempo.

L’Unione Sovietica, che stava crollando al rallentatore mentre lavoravo alla tesi, è stata sostituita da un insieme di stati in qualche caso in conflitto tra loro, e chi governa oggi la Russia sta apparentemente tentando il curioso esperimento di miscelare la tradizionale imperiale zarista con quella della ‘patria socialista’.
La Cina, additata originariamente dai fondatori del “manifesto” come esempio virtuoso dopo il ‘tradimento’ della rivoluzione sovietica, è la seconda potenza economica mondiale e sembra ispirata a un modello di capitalismo autoritario.
In Europa, i partiti d’ispirazione socialista sono quasi ovunque in difficoltà.

All’origine, il mio interesse per “il manifesto” era prima di tutto quello di giovane lettore del quotidiano, a cui ero arrivato tramite un mio zio, lo stesso che mi aveva introdotto, da ragazzino, alla lettura dell’Espresso e del Manifesto di Marx ed Engels. Successivamente diventai collaboratore volontario delle pagine romane del giornale, come corrispondente dal litorale.

Nel 1987 frequentavo il corso di Laurea in Lettere della Sapienza.  Con dieci esami già fatti, andai dal docente di Storia dei partiti politici, il professor Paolo Spriano, grande storico del Pci, a proporre la tesi. Avevo seguito quasi pedissequamente le indicazioni di Umberto Eco in “Come si fa una tesi di laurea”, e mi presentai con un abbozzo di indice e una prima bibliografia, già abbastanza ampia.

Spriano fu cortesissimo, ma mi bloccò subito: ne avremmo parlato quando avessi dato almeno altri due esami.
Feci i due esami in poco tempo e mi ripresentai. Spriano mi assegnò la tesi. Poco dopo, però, a neanche 63 anni, morì.

Seguì un periodo per me complicato. Mi mancò il sostegno dell’assistente universitaria a cui Spriano mi aveva affidato – che si mostrò ostile sia alla materia che avevo scelto che a me – e fui sul punto di cambiare tema.

Grazie alla disponibilità e all’incoraggiamento di Luciano Marrocu, che oggi insegna Storia Contemporanea all’Università di Cagliari e scrive romanzi, ma che all’epoca era stato assistente di Spriano, tenni duro e completai la ricerca. La discussi poi con Ferdinando Cordova, docente di Storia Contemporanea alla Sapienza, che ebbe la gentilezza di fidarsi di Luciano e di seguirmi.

Oltre a Marrocu e a Cordova, che è scomparso alcuni anni fa, devo ringraziare Andrea Baraldini, mio zio, il primo ad avermi sostenuto; Aldo Giannuli, a cui sono rimasto legato da allora, per le lunghe e stimolanti discussioni e il sostegno, anche nei momenti di sconforto; Aldo Garzia, che mi aiutò anche fornendomi materiale originale.

Ma soprattutto devo ringraziare mio padre Giovanni e mia madre Marta, che mi hanno consentito di studiare, loro che avevano potuto farlo ben poco. Spero di averli fatti sentire orgogliosi di me, come io sono fiero delle mie origini.

Un pensiero riguardo “Perché ho scritto un libro sul Manifesto

  1. Sei un giornalista autentico, sensibile e giusto. Un uomo di altri tempi. Grazie Caterina

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