Facebook 2009, globale e totale

Ho scritto questo “Critica dei critici di Facebook” nel 2009 per Novamag, una rivista web che facevo insieme ad alcuni amici e che verteva sul rapporto di contrapposizione-complemento tra offline e online.
Credo che sia tutt’ora valida per diversa aspetti, che allora iniziavamo soltanto a intuire. C’era già la questione della privacy (e io continuo a pensare che abbia ragione William Gibson, rispetto a chi invece pare ossessionato solo dal controllo globale), della web reputation, delle fake news, dell’uso delle pagine come vetrine, della stessa idea di una cittadinanza globale di Facebook (mentre continuo anche a oggi a sentirmi rispondere che il social network è una società privata: sì, lo è, ma con una responsabilità e un ruolo che va oltre quello dell’azienda, e su questo bisogna riflettere). Mi sbagliavo su due cose, certamente: che la Facebook-mania dei media tradizionali potesse passare e che le persone potessero confondere l’attivismo sui social media con quello nella realtà offline…

C’è una categoria di critici di Facebook che trovo particolarmente insopportabile. Quelli che non rinunciano ad avere una pagina sul social network perché hanno capito che era trendy, che bisognava esserci. Solo che probabilmente poi non hanno ben chiaro a che serva, Fb, e perché starci. E dunque, pur senza rinunciare a navigare tra le pagine altrui, continuano a parlarne male.

A criticare, per esempio, l’abitudine degli utenti a raccontare cosa stanno facendo, che faranno o che hanno fatto; a caricare foto e video; a scambiarsi commenti, ad accrescere il numero dei propri “friends”.

Già, i famosi “friends”. Facebook consente di averne un numero limitato, “soltanto” 5.000, molti più di quanti potreste davvero frequentarne nella vita “normale”, quotidiana, a meno che non siate un politico in ascesa… Chi cerca più contatti, deve aprirsi un fan club. Come quelli di cantanti, attori, personaggi vari e appunto, politici. Che fanno da tempo parte della categoria dello spettacolo, in fondo.

La critica moralista della normale aspirazione di un utente-tipo di Fb – farsi più amici – nasce proprio dal fraintendimento della parola “friend”, amico. Che su Facebook non significa esclusivamente qualcuno con cui si condivide un sentimento di amicizia. No, può anche trattarsi di uno sconosciuto, fino a quel momento. Diciamo, per semplificare, che “friend” significa conoscente. O, addirittura, contatto.

Probabilmente all’inizio, per Fb, non era così. Visto che il social network è nato all’interno di un campus, forse amico significava proprio quello. Però, pensiamo a quanto gente – persone qualunque ma anche vip – utilizza nella vita quotidiana il termine “amico” per disegnare un conoscente, o un tale che a malapena conosce: “Vi presento il mio amico Caio”.

E amico, per i democristiani, e per i loro eredi politici, significa semplicemente “membro dello stesso partito”.

Che la parola abbia subìto un cambiamento di significato non è così strano, in fondo. Succede a tutte le parole dense di significato. Prendete, che so, il termine socialismo. O l’aggettivo riformista.

Contando i miei “friends” su Facebook, arrivo a circa 300. In grandissima parte, si tratta di persone che conosco davvero. No, forse davvero no: chi può dire di conoscere davvero qualcuno, se già è difficile conoscere davvero noi stessi? Sono persone che conosco in carne e ossa. Alcune da 30 anni. Diverse da 20, o da 10. Qualcun altro non l’ho mai incontrato fisicamente – per dire, alcuni di coloro che partecipano a Novamag – ma credo di avere lo stesso un certo grado di conoscenza. Si tratta di amici, colleghi, compagni di scuola, ex compagni di lotta o di partito.

Altri “friends” sono effettivamente occasionali. Amici di amici, per esempio. Cioè persone con cui condividi un certo numero di contatti su Fb, o con cui trovi qualcosa in comune (che so, il fatto che mi piaccia la band brasiliana “Cansei de Ser Sexy” ha spinto un’universitaria poco più che ventenne a essere amica mia).

Con alcune donne invece ho “flirtato” su “Are You Interested”, una delle centinaia – o migliaia, ormai – di applicazioni sviluppate intorno a Facebook, in cui clicchi su lunghi elenchi di foto per dire se la tizia – o il tizio – ti piace oppure no. Infantile, ne convengo. Ma anche lo svago vuole la sua parte.

Altro punto debole di Facebook, dicono ancora i critici, è quello della privacy. Che però è un problema generale del web, e del modo in cui le persone lo usano. Alcuni in modo ingenuo, altri, all’opposto, fraudolento. Un esempio di privacy violata: Tizio pubblica delle foto in cui compare Sempronio, e lo “tagga”, lo indica esplicitamente. Foto magari di 30 anni fa, quando entrambi andavano al liceo e Sempronio era brufoloso e rotondetto.

Una regola non scritta della privacy – che spesso è legata alla sensibilità e all’educazione, e non è qualcosa di misurabile – vorrebbe che si chiedesse il consenso della persona prima di schiaffare una sua foto – o un suo scritto privato – in un luogo pubblico.  Ma su Fb ci sono degli strumenti che consentono di far vedere a una sola persona la foto in cui si è “taggati”, o anche rendere impossibile la tag da parte di altri.

Al contrario, che succede quando qualcuno pubblica tranquillamente una foto di Sempronio sul proprio sito o blog? Nulla. A meno che Sempronio non se ne accorga, o perché stava “googlando” il proprio nome o perché qualcun altro glielo ha riferito.

E anche in quel caso, il nostro amico Sempronio non ha che due possibilità: chiedere di rimuovere la foto o rivolgersi al Garante della privacy.

In realtà, il discorso andrebbe rovesciato: Facebook, al contrario del web, col suo anonimato e nella sua anomia, ti consente sempre di sapere quando qualcuno ti cita o ti mostra, e di intervenire.

La privacy che molti invocano è qualcosa che ha sempre meno senso. A meno di non uscire dalla Rete, che invece diventa sempre più trasparente. E qui lascio la parola a William Gibson, che ha sviluppato il tema nel maggio scorso al Festival delle Letterature di Roma:

Guidati da un sempre più rapido incremento della potenza di computer e connessioni, e dal contemporaneo sviluppo dei sistemi di sorveglianza e delle tecnologie di localizzazione, stiamo avvicinandoci a uno stato teorico di assoluta trasparenza dell’informazione, in cui lo scrutinio «orwelliano» non è più un’attività gerarchica, dall’alto in basso, ma un’attività resa nuovamente democratica. Come individui perdiamo sempre più livelli di privacy, così come, alla fine dei conti, succede ad aziende e stati. Questo è probabilmente intrinseco alla natura stessa della tecnologia dell’informazione (…).

Altro problema sollevato, quello del rischio che su Facebook gli utenti si lascino ad andare a esternazioni di cui potrebbero pentirsi, perché quel che si scrive spesso può essere letto da più persone di quante si creda (per esempio nei commenti sui “wall” di un “friend”, che a sua volta ha altri “friend”, appunto), creando situazioni potenzialmente imbarazzanti. Ma anche qui, la colpa non è di Fb, né di Internet. A parte conoscere gli strumenti che il social network mette a disposizione, occorre prima di tutto un minimo di senso di responsabilità e attenzione. Degli utenti.

Il senso di Facebook, per qualcuno, è quello di una vetrina, un luogo dove mettersi in evidenza. E anche questo dà adito a moralismi. Perché farsi vedere dovrebbe essere di per sé un male? Eppure, una delle pratiche più diffuse sul web è cercarsi o cercare altre persone utilizzando i motori di ricerca. Dunque, non è strano che si desideri essere trovati. La definizione dell’uomo come “animale sociale” è vecchia come il cucco, in fondo. Diciamo che Facebook è un social animal network.

Conosco anche persone che hanno cominciato a usare Fb come strumento di lavoro. Per esempio, addetti stampa, Pr, promoter, scrittori. E sarebbe interessante prima o poi che qualcuno raccolga le esperienze lavorative nate sulle sue pagine.

Ma più ancora che pensare alla propria pagina Fb come una vetrina, credo che sia più esatto considerarla come la propria presenza ufficiale sul web, la propria identità mediatica.

Non so se il progetto di Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, sia questo, cioè trasformare il sito in una sorta di condominio terrestre, però mi pare un dei possibili sviluppi, in barba a chi vede in Second Life la versione virtuale del mondo (sulla scorta della visione contenuta nei libri di Gibson).

In fondo, già oggi Fb è uno strumento multifunzionale e multimedia. Consente di inviare messaggi privati agli altri utenti, come un servizio email. Di scrivere post, come un blog. Di caricare video, foto, file audio. Di chattare. Di ritrovare amici e compagni di classe. Di incontrare potenziali partner (ma anche di acquistare sesso). Di fare spese. Di lavorare meglio (certo, dipende da che mestiere si fa).

Dunque, l’idea che di una “cittadinanza Facebook” ha già discrete basi di partenza per svilupparsi, in direzione di un mondo in cui ognuno abbia il proprio account, la propria pagina…

Ma succederà poi davvero? Credo di no. L’idea di un Facebok globale e totale (o totalitario, dipende dai punti di vista) cozza in fondo con le caratteristiche del web per come lo conosciamo, un luogo che consente a molte idee diverse di farsi spazio e di conquistare popolarità, attraverso meccanismi che in certi casi restano oscuri agli stessi “esperti”.

Invece, ci si può domandare per quanto tempo durerà la Facebook-mania dei media (ne sono vittima anche io, come giornalista, lo ammetto), in cui qualsiasi cosa accada su Fb è una notizia tout court. E tra quanto tempo gli utenti smetteranno di pensare che per cambiare il mondo basti aderire a una “cause” su Facebook.

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