Nellie e le altre

Un disegno di Sergio Algozzino per l’album “Nellie Bly”

Nellie Bly è un mito negli Stati Uniti, al punto che esiste un gioco che porta il suo nome – Round The World With Nellie, una specie di gioco dell’oca – ma è ancora quasi sconosciuta qui da noi, nonostante sia morta da quasi un secolo. La conoscono forse solo i giornalisti, o soprattutto le giornaliste, e le giovani lettrici di “Storie della buonanotte per bambine ribelli” (l’ho letto anch’io, a mia figlia Lola, un paio di anni fa).

Nellie è stata molte cose. La più famosa donna giornalista in un’epoca in cui quello era un mestiere praticamente maschile – non è più così, anche se ovviamente c’è la questione della posizioni di potere anche nei media – un’attivista per i diritti delle donne ma anche dei lavoratori in genere, una vera e propria avventuriera (non la definirei in altro modo, dopo il giro del mondo sulle orme di quello di Verne, che però compì in 72 giorni anziché 80).

Sulla figura di Bly – che si chiamava Elizabeth Cochran ma aveva cambiato nome per non imbarazzare suo padre, un facoltoso imprenditore, nella ricerca del lavoro come giornalista – sono uscite già diverse opere in italiano, per ragazzi e adulti, ma il pregio di quella scritta da Luciana Cimino e disegnata da Sergio Algozzino (che non conoscevo) è di essere a fumetti: è un graphic novel, e quindi capace di raggiungere un pubblico composito e più vasto. Anche se forse lo regalerei soprattutto ai ragazzi.

Luciana è una giovane ex giornalista dell’Unità che lavora nella comunicazione, e che però è rimasta caparbiamente appassionata di giornalismo. Lo si capisce senza difficoltà leggendo i suoi post su Facebook, e anche nella presentazione live del libro. Si capisce che per lei Nellie Bly non è un’eroina del passato, è proprio una figura di riferimento. 

Per chiarire: Nellie non è l’emblema del giornalismo come si faceva una volta. Casomai è una figura importantissima di un certo tipo giornalismo investigativo. Più che quello che oggi si chiama gonzo journalism, e che è più centrato su chi racconta, è immersion journalism, dove l’autore si butta nei fatti di persona (come il celeberrimo reportage sul manicomio di New York).

Ed è forse curioso che di Nellie si parli, almeno in Italia, ora che il giornalismo, l’informazione, è un settore economicamente disastrato. Come dicevo altrove, ci sono un sacco di testate, un sacco di giornalisti giovani e bravi, ma non ci sono più soldi. Perché il modello di business creato da leggendari editori come Joseph Pulitzer e William Hearst è finito da un pezzo. Oggi c’è il web, soprattutto ci sono i social (che sono il canale preminente di distribuzione delle notizie); i lettori a pagamento calano (non è colpa loro, è che il mondo cambia); la pubblicità va altrove; i media, e non soltanto i giornali di carta ma anche le agenzie, le tv e le radio, tagliano. 

Non che non ci possano essere altre (o altri) Nellie Bly. Ma oggi, per finanziare il loro lavoro, ci vuole probabilmente il crowdfunding, o bisogna essere ricchi di famiglia (Nellie non aveva problemi di sopravvivenza, a dire il vero). A meno che non si abbia la fortuna di lavorare per una testata che ha un po’ di denaro e soprattutto capi con un po’ di testa e voglia.

Ovviamente, per ciascuna Nellie Bly servono poi in realtà 100 o anche 1.000 giornalisti ordinarissimi, che facciano il loro lavoro con scrupolo, pazienza, controllando le fonti, facendo fact checking, evitando il pastone notizia+commento, restando curiosi. Ma forse sarebbe complicato farci un graphic novel, su quei 100.

Però quello di Luciana e Sergio è comunque un bel modo di raccontare quello che anche per me rimane il mestiere più bello del mondo, mentre per altri è soprattutto il secondo mestiere del mondo (e per altri ancora una valida alternativa al lavoro).

Il libro s’intitola Nellie Bly, è edito da Tunué, costa 17.50 e si trova sia in libreria che online. C’è anche un’introduzione di David Randall, di cui magari vi capita di leggere i corsivi su “Internazionale”.

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