Irresistibile Castellina

Non avevo mai incontrato Luciana Castellina. Avevo seguito qualche dibattito a cui lei partecipava, per me era sempre stato un personaggio della politica e anche dell’informazione, non ci avevo mai parlato di persona. Ieri, il 18 febbraio, è venuta a discutere del mio libro sul Manifesto insieme a Davide Conti, un giovane e brillante storico dell’Italia contemporanea che è anche direttore di collana per Odradek, la casa editrice che ha pubblicato “Il Giornale-Partito”.

La presentazione nella libreria Odradek era stata fissata inizialmente per il 12 febbraio, ma l’arrivo di Lula a Roma per incontrare Papa Francesco ha sconvolto i piani di Castellina. Riprogrammare un incontro non è stato facilissimo, perché la sua agenda è molto densa. 

Non posso fare tutta la cronaca dell’incontro – anche se nei prossimi giorni posterò gli audio -ma il racconto di quell’esperienza politica, giornalistica e umana che ha fatto Luciana Castellina è stato molto interessante. Ci ha raccontato piccoli e anche divertenti aneddoti che danno il senso dell’epoca, ma ha anche ricostruito criticamente certi passaggi politici, senza veli e senza rinunciare a parlare anche del presente, che non le piace. Non è una nostalgica, direi. Ma è convinta che gli anni Sessanta siano stati un grande periodo di elaborazione e produzione di cultura, di idee e pratiche politiche importanti. E non soltanto perché allora era giovane mentre oggi ha 90 anni, splendidamente portati (sul serio).

Ho preso nota di tutte le sue osservazioni sul libro. Ovviamente, lei ha vissuto quella storia, io l’ho interpretata a distanza di un bel po’ di anni (ho cominciato a lavorare alla tesi di laurea, sui cui è basato il libro, nel 1988), ed è normale che non tutto torni.

Mi ha divertito la sua convinzione che nel libro io abbia maltrattato le posizioni sue e quelle di Lucio Magri, cioè di coloro che a un certo punto scelsero il partito (il Partito di Unità Proletaria per il Comunismo, Pdup pc) rispetto al giornale, e che poi decisero a metà anni Ottanta di tornare nel Pci, su invito di Enrico Berlinguer. Ma devo ammettere che probabilmente, anche perché a quell’epoca ero giovane ma politicamente attivo, il mio sguardo è stato più favorevole verso il giornale, con cui ho sempre avuto un legame affettivo.

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