Ares, o la coscienza sporca dell’Olanda schiavista

C’è una breve serie approdata da poco più di un mese su Netflix particolarmente interessante. S’intitola “Ares”, ed è il primo prodotto olandese a sbarcare sul sito di streaming. Potrebbe sembrare un “teen drama” per i personaggi coinvolti, si presenta come un horror ma si disvela piuttosto come una riflessione sui Paesi Bassi di oggi e sulla storia della loro ricchezza.

Ares – il dio greco della violenza, che diventerà Marte per i romani –  è il nome della confraternita studentesca in cui Rosa, una giovane studentessa di medicina viene cooptata e di cui fa parte già il suo amico Jacob. 

A differenza degli altri membri, che appartengono a famiglie facoltose e importanti, già legate all’associazione, Rosa, una ragazza impegnata nello studio, ambiziosa, determinata, proviene da un milieu decisamente normale. Vive in un appartamento alla periferia di Amsterdam, vicino alla ferrovia, col padre, un medico nero di solito costretto ai turni di notte, e una madre schizofrenica, con una storia di tentativi di suicidio.

La serie – che dura 4 ore in tutto – cattura subito per l’atmosfera dark, la bellissima fotografia, le ambientazioni. Uno dei primi passaggi è nel Rijksmuseum della capitale olandese, di fronte alla più famosa opera di Rembrandt, la “Ronda notturna”.

E le scene con i costumi usati per i rituali rimandano un po’ a quelle celebri di “Eyes Wide Shut” di Stanley Kubrick. Mentre l’immagine di Rosa, alla fine della serie, sembra quasi il negativo della Maria-robot di “Metropolis”.

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