I giorni sbagliati (non quelli del Coronavirus)

“I giorni sbagliati”, il primo romanzo di Jacopo Tondelli, potrebbe essere benissimo un libro sulla strage di Piazza Fontana, avvenuta poco più di 50 anni fa, raccontata in un altro tempo, con diverse modalità e personaggi.
Quando l’ho letto, rapidamente – sono circa 270 pagine, ma di questi giorni, come tanti, leggo ancora più di prima e più rapidamente – avevo appena finito “L’Italia di Piazza Fontana”, un saggio di Davide Conti. E forse è anche questa lettura ad avermi suggerito l’interpretazione.
Del resto, siamo il Paese della “strategia della tensione”, cioè della violenza paramilitare utilizzata per cercare di stroncare una vertenza sociale e democratica, dalla fine degli anni Sessanta e lungo almeno tutto il decennio successivo. E “I giorni sbagliati” si apre con un attentato.

Ma il romanzo di Jacopo – che conosco da anni sia pur da lontano, più online che di persona, dai tempi in cui era un brillante blogger – non è solo il racconto di una macchinazione (e non dico di più per non fare spoiler). Insieme, è anche il racconto della politica italiana dagli anni Novanta in poi, attraverso gli occhi di un giovane dirigente del Pd che pare destinato al trionfo. Per un po’, leggendo, ho creduto di identificare Paolo Bonomelli in un politico lombardo con cui ho parlato un paio di volte. Ma si tratta invece, e ovviamente, di un Frankenstein letterario, una sorta di incrocio di biografie politiche e personali, che produce un personaggio assolutamente verosimile. E che Jacopo descrive senza concedere nulla al moralismo (per un attimo mi è venuto in mente un romanzo in cui Montalban – non nella serie più nota di Pepe Carvalho – racconta la trasformazione quasi genetica dei giovani militanti e dirigenti socialisti spagnoli negli anni Ottanta). Bonomelli è un politico piacione, nel senso che ha bisogno di piacere agli altri, in fondo, ha bisogno di sentirsi lusingato. Anche se ne è cosciente.

Il romanzo è anche un’occasione, per un giornalista come Tondelli, di dire la sua sul giornalismo italiano, quello dei grandi quotidiani, coi suoi rituali e nella sua decadenza, nell’incapacità manifesta di rincorrere l’informazione ai tempi del web e dei social, soprattutto nel suo tradizionale asservimento al potere, reso solo un po’ più lieve dall’altrettanto tradizionale cinismo della categoria.
Non è una scoperta, e forse è un po’ retorico il quadro (ma faccio il giornalista anch’io, e quindi qui il mio giudizio è un po’ più dall’interno rispetto a un ipotetico lettore x).

Ma Laura Bentivoglio, la giornalista, l’altro perno del romanzo, non è cinica. Lei è un po’ l’archetipo della quasi-giovane cronista italiana in gamba ma che non si mette in vista, e che per questo, onesta e seria lavoratrice, che verifica le informazioni, valuta le fonti, è soprattutto una che fatica nella terza fila del giornale. Ed è, come dice il cognome, una brava persona anche se disincantata, una che vuole bene agli altri, ma che a un certo punto scopre la paura. La paura di subire violenza, di essere uccisa, se continuerà a fare il suo lavoro. Perché è la paura il filo sottile che attraversa in fondo la nostra storia di decenni. Quella paura su cui si basa, appunto, la strategia della tensione. Paura che le cose non possono mai cambiare veramente perché a un certo punto la violenza, individuale o di massa, ci colpirà.

Potrei scrivere altro ma temo, ancora una volta di prestarmi a spoiler, che per un thriller – e questo lo è – è ovviamente un vero e proprio attentato alla lettura. Termino allora su una nota più leggera. “I giorni sbagliati” è anche un romanzo milanese (ma non milanocentrico) o lombardo, almeno per me, che sono romano. Che ti fa percepire l’esistenza di una città e di un hinterland diversi, e di una Roma vista invece solo da lontano.

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