Rejoice

Butcher Brown

Ascolto un sacco di musica diversa e non c’è nessuno stile o genere di cui possa dichiararmi esperto. Vale anche, e forse di più, per il jazz contemporaneo, di cui qui vi propongo una selezione di pezzi degli ultimi tre anni (ma soprattutto dei mesi scorsi) che sono piaciuti a me.

Il jazz non è affatto musica per vecchi nerd con camicie a quadri e maglie di lana senza maniche, con i loro sofisticati impianti stereo e pacchi di vinili, che magari fumano anche la pipa. Invece, si tratta di una scena vitale e piena di giovani talenti, anche se le radio (almeno quelle italiane) trascurano questo tipo di programmazione, o lo confinano in nicchie notturne. Il jazz poi si è mescolato parecchio con altri stili, come del resto risulta chiaro dall’ascolto di pezzi di questa piccola compilation. Anche se questo magari piacerà meno ai cultori del classico. Come la techno e la house sono in realtà musica da vecchi, perché ormai questi suoni esistono da un trentennio, il jazz può essere musica anche per giovani, se si rinuncia ai pregiudizi.

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I Butcher Brown sono un gruppo statunitense che incrocia il jazz con hip hop, soul e altri generi. Qui ho messo due brani: Street Pharmacy, che apre la playlist, è del 2018, dall’album Camden Session. Più giù trovate anche #KingButch, che è di poche settimane fa. La band verrà a suonare in Europa, Covid permettendo, da ottobre. Per il momento, a Parigi.

I GoGo Penguin sono invece britannici, vengono da Manchester, e ancho loro sperimentano vari incroci, in particolare con l’elettronica. Il pezzo si chiama Atomised

I giapponesi Soil & Pimp Sessions li ho scoperti qualche mese fa, ma qui ho messo un brano diverso, Space Drifter. Come formazione esistono da quasi vent’anni e chiamano la loro musica, così energetica, “death jazz” (ma non credo di aver capito bene perché).

Ernesto Cervini è un batterista canadese, e questo suo The Queen, più classico rispetto ai brani precedenti, è del 2018. Mentre The Rhythm Changes, di Kamasi Washington (un gigante, anche fisicamente, che ho avuto la fortuna di vedersi esibire pochi anni a Roma) è la nuova versione strumentale e breve del suo fortunato pezzo, concepita per il documentario di Netflix “Becoming”, dedicato a Michelle Obama.

Agbada Bougou è un brano di Tony Allen e Hugh Masekela, due artisti eccezionali scomparsi da poco, e compare nel loro album Rejoice (lo avevo già inserito in un’altra compilation, qui). Dwight Trible è un cantante jazz americano che collaborato con tanti gruppi e artisti sin dalla fine degli anni 70. Il pezzo, Tryin’ Times, è del 2017, credo che riconoscerete la sua voce. I Cotonete invece sono francesi e anche loro hanno suonato con parecchi talenti, compreso Eumir Deodato, nel 2019. La canzone si chiama Layla, dura quasi 9 minuti, mettetevi comodi e ascoltatela. Sempre dalla Francia: EA Project è il gruppo del contrabbassista Martin Gumbellot, che nel 2018 ha prodotto un album ricco di stili diversi (questa Boomerang rientra nella categoria hard bop).

Viene invece da Chicago il sassofonista Greg Ward, con la sua nuova band Rogue Parade (il brano si chiama Stardust), mentre José James è un cantante di jazz e hip hop di cui avevo già ascoltato il bell’album di debutto, The Dreamer, del 2008. Il brano, strumentale, si chiama I Need Your Love.

L’anglotaiwanese Kamaal Williams – del quale ho inserito due brani: High Roller, del 2018, e la più recente One More Time, che definirei jazz elettronico –  è sulle scene da pochi anni, ha iniziato con l’hip hop e continua a produrre anche musica elettronica. Di un altro britannico, il tastierista Joe Armon-Jones (Try Walk With Me), ho letto da qualche parte la definizione di “nuovo Herbie Hancock”, credo per la tendenza fusion. 

Makaya McCraven, batterista americano, è figlio d’arte (suo padre ha suonato, tra gli altri, con Archie Shepp), e recentemente si è reinventato la musica dell’ultimo album di Gil Scott-Heron, “I’m New Here”. Ne è nato “We’re new again”. Qui ho inserito un pezzo di McCraven del 2018, Black Lion, e appunto uno del nuovo disco, con la voce di Scott-Heron: New York Is Killing Me.

Avevo già inserito Bells, di Terri Lyne Carrington, in una delle ultime playlist. Lei è una cantautrice e batterista americana che ha lavorato con tantissimi artisti jazz di fama – davvero inutile fare l’elenco -, e questo disco è uscito nel 2019. Mentre i Sons of Kemet sono una band britannica in circolazione dal 2011, e suonano un misto di jazz, afromusic e altro ancora. My Queen Is Mamie Phipps Clark è un omaggio alla celebre psicologa americana, che ha lavorato molto sugli effetti della segregazione razziale sull’educazione.

Ambrose Akinmusire è un trombettista statunitense pubblicato dalla Blue Note, e il brano Roy è di quest’anno. 

The Eddy è una canzone tratta dall’omonima serie di Netflix diretta da Damiel Chazelle e ambientata a Parigi (avevo cominciato a vederla, ma mi sono arenato, per il momento). La musica è stata scritta da Glen Ballard e Randy Kerber. Questo brano ha un suono senza tempo, mi sembra che somigli a qualcosa, ma forse è solo l’atmosfera.

Il bassista americano Ben Williams, che suona con la band di Pat Metheny e ha ricevuto diversi premi in questi anni, è l’autore di March On, un pezzo strumentale che deriva verso l’RnB. 

Il leggendario Roy Ayers ha registrato un disco insieme al compositore Adrian Younge e Ali Shaheed Muhammad (che viene da A Tribe Called Quest). L’album si chiama Jazz Is Dead 002 e dentro ci trovate brani come questa Hey Lover

Soki è invece un brano del musicista e cantante di origine nigeriana (ma attivo negli Usa) Michael Olatuja, che ha registrato un album in cui mescola jazz e afrobeat ed è accompagnato da numerosi cantanti, da Angelique Kidjo a Dianne Reeves (che qui compare).

In Another Moth Drawn To City Lights dei Throttle Elevator Music ricompare Kamasi Washington, mentre Mr. Willis è un pezzo suonato dai Black Art Jazz Collective, una band composta da singole personalità del jazz Usa, amanti del post-bop (uno stile nato negli anni 60) che dal 2013 si ritrovano ogni tanto per concerti o dischi. 

I Nubiyan Twist sono un gruppo britannico che conoscevo già per pezzi soul, ma che spazia fino al jazz e all’afro. Il brano s’intitola 24-7. La quasi omonima Nubya Garcia è una giovane sassofonista britannica che ha suonato anche in Italia, e nella sua musica c’è una vasta miscela di stili. Il pezzo si chiama Pace. Sono passati in Italia anche lo stagionato sassofonista americano Gary Bartz e la giovane band londinese Maisha (con cui di solito suona anche Garcia), che hanno pubblicato quest’anno insieme l’album “Night Dreamer”, e che qui sono presenti con The Stank.

Rudresh Mahanthappa è un sassofonista newyorkese 49enne (nato, curiosamente, a Trieste), un virtuoso – potete sentirlo qui in Red Cross – che si è meritato diversi riconoscimenti negli anni passati. Suona anche lui il sassofono e ha la stessa età Grant Stewart, che viene però dal Canada, e nella cui musica si sentono le ascendenze di artisti come Sonny Rollins. Il pezzo è GNID. Anche Walter Smith III è un sassofonista, più giovane, statunitense, che suona anche col già citato Ambrose Akinmusire: qui lo trovate con il chitarrista canadese Matthew Stevens nel pezzo intitolato Clem.

Last but not least, il percussionista newyorkese Sameer Gupta (che suona anche il tabla): il suo brano è My Nights’s Sleep Is Also a Life Story.

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