Contro la violenza sulle donne, servono anche le donne

Sono uno dei numerosissimi uomini che provano orrore e non riescono a capire come altri uomini possano terrorizzare, ferire o uccidere donne, che siano ex compagne, fidanzate, mogli. E come molte e molti mi chiedo in che modo si possa porre fine a questo fenomeno. 

A modo mio, da giornalista e commentatore, scrivendo e informando, faccio campagna da anni per l’uguaglianza di genere. E da genitore, da padre, questi sono i valori che trasmetto ai miei figli. Siamo tutti e tutte uguali nel nostro diritto di essere diversi, e di essere accettati per quello che siamo. Siamo tutti e tutte uguali nel diritto alle nostre aspirazioni. Siamo tutti e tutte uguali nel “lavoro riproduttivo” (cioè, quello domestico). E se amiamo qualcuno, dobbiamo lasciarlo libero.

Ho partecipato a manifestazioni contro la violenza sulle donne, e continuerò a farlo. Esattamente come continuerò a manifestare, parlando direttamente con le persone, e anche attraverso questo blog, le mie idee in proposito. 

Ma continuo anche a pensare che iniziative come quella di Ikea, che negli ultimi anni ha utilizzato i bagni dei suoi negozi per una campagna di messaggi rivolti sia alle donne che agli uomini proprio sulla questione della violenza, o la campagna di Amnesty International sul consenso e lo stupro, siano molto più produttive che organizzare un corteo.

Lo dico senza sottovalutare l’importanza della risposta emotiva e visiva che un corteo può offrire in certi momenti, anche soltanto ai partecipanti. E anche pensando che può essere una buona idea, oggi, quella di organizzare cortei di uomini, contro la violenza sulle donne.  

L’obiettivo che ci poniamo non è di quelli che si raggiungono facilmente. Non basta una legge. Non ci sono molti “strumenti tecnici”. Per ridurre il numero delle vittime degli incidenti stradali si lavora sulle cinture di sicurezza, sui materiali della carrozzeria, sugli airbag, sulla velocità consentita, sulla protezione dei passaggi pedonali, sull’illuminazione, i semafori, le ciclabili, etc.

Per ridurre il numero di vittime da armi da fuoco si può ridurre, appunto, il numero delle armi in circolazione. Nel caso della violenza sulle donne si può e si deve certamente lavorare sulla protezione immediata delle donne minacciate, ma resta il grosso problema di sradicare una cultura, quella del possesso. 

Va fatto, ovunque. Nelle scuole: almeno con la stessa frequenza con cui si avvertono i bambini che il fumo uccide, bisognerebbe pure spiegargli che papà non vuole davvero bene a mamma, se la minaccia, la terrorizza e la colpisce. Nei posti di lavoro. Noi, uomini, con i nostri amici e conoscenti.

E a casa. Già: anche in questo caso, c’è una parte importante che spetta alle donne, visto che oggi ancora purtroppo sono spesso loro che in maggioranza si occupano della casa e dei figli. Educare contro gli stereotipi che continuiamo a trovarci nei libri di testo. Educare a essere uomini e donne, differenti ma alla pari. Educare ad amare sapendo che le persone che amiamo restano libere di riamarci, o meno.

[Questo post è stato precedentemente pubblicato su HuffPost]

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