La torta di mele “razzista” e la “sinistra”

“Non lo avreste mai immaginato, ma la torta di mele è un prodotto della cultura razzista americana. Bisogna boicottarla, anzi, smettere di acquistarla e anche di cucinarla, per dire un secco no al razzismo”.

“Cosa? No, un momento. Ora basta. Dopo Biancaneve e Grease, dobbiamo rinunciare pure alla torta di mele? Mentre ci sono problemi seri come la disoccupazione e la povertà, non avete altro da pensare che al presunto razzismo della torta di mele? Vergognatevi”.

Questo dialogo – totalmente inventato, ma verosimile – potrebbe essere ispirato dalla lettura di un articolo pubblicato il 13 giugno scorso sulla testata web Il Sussidiario. Il pezzo, firmato da Alessandro Nidi, era intitolato: “La torta di mele è razzista”/ Guardian choc: “Frutto di colonialismo e schiavitù”.

La torta di mele è razzista. No, non siamo noi a dirlo, bensì l’illustre testata giornalistica “The Guardian”, che ha etichettato così il tipico dolce, apprezzato in tutto il mondo. In particolare, è stato il giornalista Raj Patel a scrivere che il dessert non è nient’altro che l’espressione del trionfo del colonialismo e della schiavitù e che le sue origini sono profondamente intrise di sangue e sono americana, così come lo sono “la terra, la ricchezza e il lavoro che hanno rubato”, scrive Nidi.

“L’articolo che parla di un altro articolo” è un classico del giornalismo. In questo caso, nel mirino del Sussidiario (che si definisce “giornale approfondito” ed è organo della Fondazione per la Sussidiarietà) c’è un breve saggio pubblicato il 1 maggio scorso dal quotidiano britannico The Guardian e intitolato “Food injustice has deep roots: let’s start with America’s apple pie” (L’ingiustizia del cibo ha radici profonde: cominciamo con la torta di mele”), di Raj Patel, un economista, accademico e giornalista britannico. 

Il catenaccio del testo spiega: “Dall’amnesia sulla torta di mele alle battaglie sugli hamburger, l’autore e accademico Raj Patel afferma che le lotte per la giustizia alimentare di oggi hanno storie lunghe e sanguinose”.

Non so se Nidi abbia letto l’articolo originale. Forse ha letto invece una serie di tweet che secondo il quotidiano Daily Mail (un giornale britannico di destra che ogni tanto adatta ai propri bisogni le notizie, o se le inventa: come nel caso della fantomatica campagna per smettere di trasmettere “Grease” in tv, perché film machista) avrebbero preso in giro Patel per la storia della “torta di mele razzista”. 

Solo che da nessuna parte, in quel testo, Patel ha scritto che la torta di mele è razzista.
L’autore, invece, ha ricostruito, contestandola, l’origine della “americanità” della apple pie, e di altri piatti “tipici” esaltati dai nazionalisti, raccontando al tempo stesso come i colonizzatori piantassero massicciamente meli sui territori strappati agli indigeni (i nativi, gli indiani d’America, amerindi o come li volete chiamare: quelli che abitavano il continente prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo). Una sorta di simbolo di civilizzazione, e di conquista.

Ma l’articolo – che compare in una rubrica intitolata “Our Inequal Earth”, sostenuta da un programma della fondazione filantropica statunitense Schmidt Family – fa molti altri esempi, in realtà, attorno alla questione di certi cibi e delle loro origini (se non leggete l’inglese, incollate il testo sul traduttore Google, per averne la controprova).

Il che ovviamente non significa bandirli oggi dalle nostre tavole

Patel parla anche del cosiddetto scambio colombiano (definizione che risale al 1972 e che Wikipedia spiega come “uno scambio di vasta portata di animali, piante, cultura e idee tra l’emisfero orientale e quello occidentale”) indicandolo come “un vasto genocidio di popoli indigeni ancora in corso”. Cosa che non è esattamente un’assurdità, visto che che la popolazione originale americana, in circa 150 anni, si ridusse di oltre il 50% (secondo alcune stime forse addirittura di oltre l’80%). Anche se lo « scambio colombiano” ci ha dato i pomodori – quelli della famosa dieta mediterranea – e il mais, solo per fare due esempi.

In realtà, per oltre un mese nessuno si era accorto di questo articolo “choc” (come lo definisce Nidi) di Padel. Evidentemente non era così choc? A inizio giugno, ne hanno però parlato una serie di siti e blog di destra britannici e statunitensi, ed è così che se ne deve essere accorto anche Nidi (ma ne ha scritto anche il quotidiano  “Il Giornale”). Questi media hanno subito associato il pezzo di Padel alla fantomatica cancel culture, che ormai è come lo spettro del comunismo, che però si aggira non in Europa, ma sul web.

L’articolo del Sussidiario l’ho scoperto su Facebook, sulla bacheca di un conoscente ecologista e di sinistra che, commentandolo, ne sottolineava l’enormità. Vero. Ma è l’enormità dell’interpretazione che ne ha fatto Nidi, che andrebbe sottolineata. 

Lo stesso mi era accaduto settimane fa con la storia di Biancaneve, un’altra bufala partita da un vero articolo da una testata online di San Francisco rielaborato però con l’intento di trasformarlo in un pericoloso atto di “cancel culture” (fenomeno che è anche difficile da definire, come spiega questo articolo del Post). 

cancel culture?

Esistono davvero i sostenitori della cancel culture? Certo che sì. Quelli che abbattono le statue sono sempre esistiti, come quelli che riscrivono, o pretendono di riscrivere, la storia. E ci sono quelli che ora vogliono demolire le statue di Colombo, o perfino di Gandhi o di altri, per varie ragioni, accusandoli di razzismo. Ma in realtà, è più spesso la norma, piuttosto che un’eccezione, adattare la storia alle proprie necessità o cercare di correggere quelli che si considerano “errori”, e proprio agli storici tocca il compito di provare a capire e a ricostruire. Il problema di solito è che sono i regimi – e quelli totalitari o autoritari soprattutto – a voler riscrivere la storia. Mentre in questo caso parliamo di minoranze estreme, anche se certo rumorose.

Ma le minoranze estreme rumorose della cancel culture sono un ottimo strumento: servono a dimostrare che questa ‘sinistra’ (qualunque cosa significhi il termine) si occupa solo di cose risibili e marginali – qualcuno direbbe sovrastrutturali – e non di questioni “importanti”: dei diritti Lgbt etc, dei diritti delle piante, di piste ciclabili, di cancellare statue di eroi nazionali e la Apple pie, e magari anche di difendere immigrati che rubano e ci rubano pure il lavoro. 

Ovviamente, non è che esistano quelli che si occupano soprattutto di diritti civili di minoranze, i vegani, i ciclisti militanti, e anche quelli come Padel che indagano in modo militante, critico e polemico su fenomeni storici e sull’origine di certi piatti o sul contesto in cui sono nati.

Il giochino, però, è quello di trasformare queste minoranze (talvolta spocchiose e irritanti: ma è un loro diritto) in moltitudini pericolose di nemici che vogliono attentare al “nostro stile di vita”.  

E purtroppo, temo servano a poco gli articoli come il mio, perché la questione non è di fare debunking, di segnalare gli inganni contenuti in articoli come quello sulla torta di mele “razzista”. Perché quegli inganni suonano come melodie alle orecchie di chi nutre questi pregiudizi, che ci trova la spiegazione perfetta: alla ‘sinistra’, che dovrebbe difendere quelli come me, interessano solo queste cose. E quindi chi se ne frega, dei diritti degli Lgbt, dei migranti, delle piante, del catcalling, del schwa, di inginocchiarsi in campo, etc.

Questo atteggiamento non riguarda soltanto quella che potremmo definire con un vasto grado di approssimazione, “destra”. Ma anche gente – quelli che qualcuno chiama “rossobruni” – che ritiene che la sinistra “vera” sia quella dei diritti sociali, mentre il resto sia fuffa sovrastrutturale, roba da privilegiati.

Perché sembra esserci, in effetti, una distanza – che non aiuta – tra diritti civili e diritti ambientali e diritti sociali.

Intendiamoci: questi diritti non sono in opposizione, ma non sono neanche per forza associati. L’idea che esista un set preciso e completo di opinioni di destra e di sinistra che possano definire con precisione le persone e indicarne dunque la “correttezza” o le eventuali contraddizioni è tanto falsa quanto quella del consumatore razionale immaginato ancora da certi economisti. Esistono però certamente opinioni, accenti, sentimenti e idiosincrasie su cui agire, come delle leve, per creare un senso di gruppo.

Ma se siamo circondati di pubblicità di multinazionali e slogan di partiti di più o meno centrosinistra che sottolineano l’importanza della sostenibilità, dell’inclusione e dell’uguaglianza di genere, della resilienza, della transizione energetica, del biologico etc etc e però aumentano la precarietà e la mancanza di servizi pubblici; se insomma non si riesce a tenere insieme una cosa e l’altra, e l’altra ancora, quelli che ci perdono sono i più deboli. Che non significa per forza i più poveri.

Imporre una “gerarchia dei diritti” o una “tempistica dei diritti” non è possibile e storicamente non ha neanche molto senso.

C’era chi voleva liberare gli schiavi neri e magari non si occupava degli immigrati poveri europei che sbarcavano in America ed erano oggetto di attacchi. C’era chi si occupava di diritti degli animali quando in Europa era ampiamente diffuso il lavoro minorile, con buona pace di Gramsci. E c’è oggi chi si preoccupa della salute dei propri animali ma non prova alcuna empatia per i migranti che rischiano di annegare traversando il Mediterraneo. Solo per fare qualche variegato esempio.

Serve invece un “ecosistema”, una “biodiversità” dei diritti: un’alleanza di differenze che usi un linguaggio – e un racconto – unificante.

Un’alleanza e un discorso che affermi che i diritti Lgbt o delle minoranze indigene non ledono il diritto dei lavoratori della logistica o dei rider ad avere un salario non da fame, perché li vogliamo far rispettare tutti e subito. 

Che dare una casa a quello che chiamiamo Rom non va a scapito degli altri senza casa “italiani”, perché ci impegniamo affinché tutti abbiano una abitazione. 

Che costruire piste ciclabili non significa danneggiare chi abita più lontano dal posto di lavoro, perché organizziamo in un altro modo i trasporti pubblici e i tempi della città. 

Che mangiare meno carne non è solo una questione di etica ma di salute delle persone e del pianeta, e per farlo lottiamo perché il cibo sano sia disponibile per tutti e non solo secondo il portafogli. 

E che ricordare qual è l’origine storica della torta di mele “made in Usa” non significa smettere di mangiarla, ma ci aiuta a capire meglio la nostra storia e anche quello che non dovremmo fare. 

Tra uguaglianza e diversità c’è un rapporto dinamico.

Se riteniamo che come umani dovremmo avere tutti lo stesso diritto di accesso, cioè il diritto di soddisfare alcune necessità – e questa potrebbe essere la premessa filosofico-politica del salario universale di cittadinanza, anzi, di umanità – dobbiamo anche impedire in tutti i modi che chi ha di più possa nuocere a chi ha di meno nell’esercitare proprio quel “diritto di accesso”. Come? Non è semplice, e non c’è soltanto un modo. 

Lo stesso rapporto non c’è per forza per i diritti civili, invece. Riconoscere i matrimoni omosessuali non va a discapito dei diritti degli eterosessuali. Riconoscere la cittadinanza alla nascita in Italia non mette in discussione il diritto di coloro i cui ascendenti erano già cittadini italiani.
Ma, appunto, non basta la pretesa razionalità della spiegazione a giustificare una scelta: perché c’è comunque chi ritiene che rispondere alla necessità di regolare la vita di coppia degli omosessuali sia comunque una perdita di tempo rispetto a problemi più urgenti (di solito i propri, o anche solo le proprie frustrazioni). E lo stesso vale per le politiche ambientali: che m’importa se tra 10 anni i cambiamenti climatici saranno disastrosi, se oggi mi si impedisce di fare chilometri per andare al lavoro sulla mia auto diesel? Come campo?

Ecco perché serve inclusione, e serve transizione giusta, che non possono restare solo slogan. E non è un caso che oggi a parlare questo linguaggio non sia tanto la politica istituzionale e partitica, quanto le aziende e anche le associazioni, la cui voce però è più flebile. 

Ma anche se la politica non è necessariamente un agente di cambiamento importante come altri, c’è una grande richiesta di discorso politico, che occupi spazio, che non sia solo commento, che non sia autoreferenziale.

la politica?

Ci sono partiti che sostengono questo tipo di ragionamento complessivo sui diritti? Certamente. Però si tratta di voci minoritarie. Mentre la “sinistra mainstream” – continuo a scrivere  “sinistra”, ma credo che sia più preciso usare “sinistre”, anche se riesce difficile capire con precisione quale dovrebbe essere il minimo comune denominatore –  quella che conta numericamente, quella autorevole e più istituzionale, è invece attraversata da correnti diverse, da interessi diversi, da divisioni centrate sui leader, da distrazioni, soprattutto. 

Ovviamente, lo ripeto, sto usando il termine “sinistra” come se parlassi di un monolite, una persona fisica o giuridica con un’identità precisa. Ovviamente non è così.

Userò la definizione “il grande partito di sinistra”.
Per il “grande partito di sinistra” (o centrosinistra; poi, ci sono quelli di “vera sinistra” che si offendono, perché “mica è sinistra vera”) non sembra più contare come un tempo la rappresentanza dei diritti sociali. Appare più schiacciato invece sulle necessità delle “compatibilità”, ma al ribasso. I suoi esponenti ricordano che il mondo è complesso, ed è vero, e che le soluzioni semplici non esistono, ed è vero anche questo: ma non significa che la complessità debba diventare un alibi permanente per non cambiare le cose.
Questa sinistra, insomma, ha un’identità debole e gioca soprattutto in difesa.

Le identità “forti” sono invece quelle date, apparentemente, dalle prese di posizione dure e soprattutto “contro”.

Prendiamo il caso recente dello sciopero dei lavoratori di Amazon. Uno dei partiti che ha subito alzato la voce in loro sostegno è stato Fratelli d’Italia, che accusa il gigante del delivery di mandare in rovina i commercianti italiani. Questo partito, che è molto salito nei gradimenti, gioca, come la Lega, la questione del nazionalismo come carta jolly: migranti contro lavoratori italiani, multinazionali contro commercianti italiani, “rom” contro famiglie senza casa italiane, Ue contro Italia, cibo “straniero” contro made in Italy, etc, semplificando rozzamente, ma con successo (anche perché è passato, per esempio, il concetto cibo italiano = cibo sano, come fosse una questione di bandierine e non di qualità).

Ma in un match tra lavoratori e datori di lavoro italiani, chi sosterrebbe Fdi, però?

O davvero dobbiamo credere alla corrispondenza di amorosi sensi tra italiani, senza distinzione di ruoli e di censo? Perché lo scenario in cui la nostra economia è dominata esclusivamente da multinazionali straniere è falso. Esiste un’economia globale ed esisterà anche dopo la pandemia, ma c’è anche una dimensione economica nazionale, locale. In cui operano dinamiche di competizione e scontro tra imprese, tra imprese e lavoratori, tra lavoratori stessi, talvolta. Queste contraddizioni andrebbero messe più spesso in risalto.

Non è più una società di massa, si dice. Mentre la politica richiede necessariamente masse.

Ma certi luoghi di lavoro, come quelli della logistica, sono di massa, eccome: impiegano molte persone e puntano soprattutto sulle braccia e su sistemi di moderna taylorizzazione.

Si dice: è una società dell’algoritmo, che tende a inquadrarci in base alle nostre caratteristiche, sempre più specifiche.

Ma l’obiettivo è comunque quello di vendere alla più grande massa possibile di clienti, di creare economie di scala. Siamo masse di clienti, ma anche masse di individui.

Un esempio? Quello della pubblicità sul web. Disseminata in migliaia di siti che hanno un pubblico talvolta ristretto, arriva a milioni di persone, a un pubblico enorme. E se il sito che spinge le inserzioni del grande colosso pubblicitario per eccellenza, Google, guadagna pochi spiccioli, le somme complessive che incassa la società pubblicitaria sono astronomiche.

Saremo anche una società atomizzata, grazie alla personalizzazione sempre più spinta dell’offerta. Ma questa personalizzazione – ovviamente non soltanto sul piano dei consumi – è anche la chiave per liberare le nostre differenze. E la soluzione per superare l’atomizzazione non può essere il ritorno al passato.

L’algoritmo che ci mette paura (per esempio, quello che amministra i lavoratori di Amazon) è stato comunque programmato in base a parametri e scelte, non è nato dal nulla, anche se viene utilizzato oggi spesso come paravento: non abbiamo a che fare oggi con una sorta di Matrix, di macchina che si è ribellata. Abbiamo a che fare con un sistema di potere economico – neanche così raffinato, viste le condizioni di vita che impone ai suoi lavoratori – che, se non controllato e contrastato quando occorre, può distruggere un vastissimo tessuto commerciale locale e anche la vita dei quartieri. Ma che, come tutte le cose, può avere impatti diversi, e non per forza negativi, sulla mobilità cittadina, sulla rapida disponibilità di merci, etc.E che ha avuto comunque il pregio di lanciare l’e-commerce, contribuendo alla digitalizzazione.

Gli algoritmi possono essere utili o inutili, buoni o cattivi, e possono essere utilizzati anche a fini pubblici importanti, come per esempio la sorveglianza della salute collettiva. Non dobbiamo buttare il bambino con l’acqua sporca: possiamo essere progressisti sull’uso delle tecnologie per finalità d’interesse pubblico e conservatori quando invece rigettiamo i sistemi di controllo di massa, per quanto siano luccicanti e hi-tech.

Mi appresto a concludere questa lunghissima esposizione che trae origine, ve lo ricordo, da un articolo in malafede sulle origini della torta di mele.

La lotta per legare insieme i diritti in una rete deve essere chiaramente proposta come una strategia win win, come direbbero certi esperti di marketing (anche se l’espressione viene dalla matematica). Perché questo accada, i diritti sociali devono assumere un peso maggiore nell’agenda politica, e vanno sostenuti i vantaggi della cooperazione contro quelli, che pure esistono, della competizione.

La frustrazione e l’invidia di classe – sentimenti che vengono sfruttati soprattutto dalla destra nazionalista e sovranista – non sono manifestazioni legate necessariamente all’esistenza dei social media e al loro forte potere di diffusione, ma all’affievolirsi di un discorso inclusivo. Per questo, bisogna fare in modo che l’accettazione delle differenze, della diversità, non sia percepita invece come esclusione collettiva e insieme individuale (“di quelli come me non gli interessa”) di una parte delle persone. 

Unità nella speranza e nella diversità, non nella frustrazione, compagni!

(ps: questo non è un articolo “contro il Pd”: se proprio pensate che debba essere contro qualcuno o qualcosa, allora per favore considerate che è direttamente contro tutto il variegato mondo della sinistra, radicale o meno, del centrosinistra, degli ecologisti, etc)

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