In memoria di un cronista di nera

IUna volta, anni fa, gli avevo proposto di scrivere insieme un libro intitolato “Memorie di un cronista di nera”. Lui scrisse un paio di pagine – chissà dove le ho messe – una specie di super-riassunto: ne parlammo e poi però, per colpa mia, sempre di fretta e distratto, non se ne fece nulla.

Lanfranco D’Onofrio è morto. Aveva quasi 100 anni (96, per le cronache): non era un ragazzino, insomma. Non lo sentivo da un po’ di anni, anche se pensavo a lui proprio in questi giorni. Una delle ultime volte che siamo visti, è stato quando gli ho portato il romanzo di Daniela Amenta, “La ladra di piante”, in cui Daniela gli aveva reso omaggio.

Avevo conosciuto Lanfranco facendo la cronaca nera all’Unità. Lui stava in uno stanzone in questura, insieme ad altri colleghi, ad acchiappare notizie (o anche a intercettarle dalle radio della polizia, più di una volta). Ti chiamava, la mattina, a casa o sul portatile (quando è arrivato il cellulare, appunto) per dirti le cose importanti da seguire, le notizie da sviluppare, ti dava le piste, poi te la dovevi sbrogliare da solo. Ti chiamava di corsa se c’era un omicidio (“A Massimilia’, ce sta un mortaccione a via tal dei tali, cori”), con quel suo accento misto tra Terracina, dov’era nato e cresciuto, e Roma.

Non era politicamente corretto manco per sbaglio, lui che aveva iniziato a scrivere nel Dopoguerra su giornali socialisti e poi sul Paese Sera. Diceva “frocione”, “negrone” eccetera, nei dettagli sanguinolenti era tutt’altro che parco. Per esempio, si divertiva a raccontare tutti i particolari più raccapriccianti a una collega, moglie di un dirigente del Pci e dei Ds dopo, signora perbene che veniva dalla critica cinematografica e dalla cultura ed era stata messa pure lei a fare la nera, prima di me (una sorta di rito d’iniziazione, al giornale, in Cronaca di Roma).
A vederlo, però, era un lord (ogni tanto si definiva scherzando “nobil homo”).

Per due anni, dopo essere andato via dall’Unità nel 1999, non l’ho più visto. Tornato a Roma per andare a lavorare a Reuters, mi sono ricordato di lui e l’ho proposto come stringer per la cronaca nera. Ed è stato di nuovo uno spasso (soprattutto quando telefonava ad alcune sprovvedute colleghe nordiche). Per i suoi 80 anni andammo a pranzo in un ristorante in centro a Roma con Tiziana, la capa di allora.

Lanfranco mi ha raccontato un sacco di cose, tante le ho dimenticate (mi ricordo però quando mi raccontava della fidanzata francese che aveva avuto da giovane, sapendo di Charlotte: “mon chou”, gli diceva lei). Non so quante ne abbia imparate. Ma devo dire che per me Lanfranco è sempre stato un mito. Ciao Lanfra’

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